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venerdì 19 marzo 2010

C'è una candelina da spegnare...


"Salute Fra, oggi il tuo blog compie un anno". E i due bicchieri di plastica sbattono tra di loro con due mani in mezzo. Dicono che fare il cin cin con i bicchieri di plastica porti sfortuna per questo si fanno sbattere tra di loro le dita e non i bicchieri.

Era mezzanotte e venti quando una mia amica mi ha ricordato l'anniversario. A dir la verità anche io ci pensavo da un pò perchè ultimamente le molte cose che ho da fare mi hanno impedito di aggiornare 19marzo09.

Ora questa prima candelina del blog mi dà l'opportunità di aggiornarlo, ma di fare anche una cosa ancora più importante. Molto più importante.

Ringraziare tutte le persone che leggono questo piccolo spazio nell'immenso spazio che è il web; che hanno lasciato i loro commenti scrivendoli nell'apposita sezione, o lo hanno fatto su Facebook o hanno usato quel vecchio e tradizionale strumento che è la voce.

Ringrazio chi mi ha dato consigli sui contenuti e chi sulla forma (cambia il template...) e anche a chi mi dice che scrivo una marea di cazzate.

A un anno di distanza, dopo più di 4.000 visite e circa 100 aggiornamenti, mi ritrovo allo stesso pc da dove ho creato questo spazio e scritto il primo post. Ho davanti agli occhi la stessa parete di 365 giorni fa, forse solo con più foto.

Oggi è sempre l'anniversario dell'istituzione del Parlamento Europeo e della morte del giuslavorista Marco Biagi, ucciso dalle Nuove Brigate Rosse. Esattamente come lo erano l'anno scorso.

In realtà, però, non è tutto come allora. La vita passa e non chiede il permesso per lasciare segni sulla propria esistenza.

Eppoi presto non aggiornerò più questo blog dal pc dove sto lavorando e non avrò più davanti agli occhi questa parete.

La mia vita cambierà di 360°. Sono una cosa non cambierà: oggi è e rimarra sempre la festa del papà.

ora aiutatemi a spegnere la candelina.



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giovedì 25 febbraio 2010

Urbino, Urbino




Oggi a Urbino piove. E c'è la nebbia. Non è una novità. Anzi rispetto ai giorni scorsi si può dire che il tempo sia migliorato. E' nevicato spesso questo inverno. La neve è uno dei più bei vestiti che questi posti può indossare finchè si è al chiuso di un'aula o nella casa in cui si vive. Diventa un disagio enorme quando si deve uscire e spostarsi in macchina.

E così qualche giorno fa ero in macchina proprio mentre le strade cominciavano a trasformarsi in campi per il pattinaggio sul ghiaccio. All'andatura di circa 5 km orari ho raggiunto la via dove si trova la casa dove sono in affitto. Per arrivare al cortile interno dove di solito parcheggio c'era da fare una strada non asfaltata, piena di buche e, in quel giorno, anche di neve.

Così ho parcheggiato la macchina poco più giù. C'era uno spiazzo al bordo della strada dove era parcheggiata un'altra macchina. Mentre facevo manovra con la cautela del caso, dalla finestra della casa di fronte una vecchia ha cominciato a urlare. All'inizio, il finestrino chiuso e la canzone dalla radio coprivano le sue parole. Poi le ho sentite. "Parcheggiati meglio..non mettere la macchina così..lì c'è posto per un'altra".

Per chi non è abituato a guidare sulla neve, posso assicurare che è un'esperienza stressante. E una volta raggiunto l'obiettivo, dover mantenere la calma di fronte a una vecchia che pretende che si faccia manovra a 300 km/h (già di per sè complicato) per di più sulla neve, lo stress potrebbe raggiungere livelli di guardia.

Nonostante questo ho finito la manovra (sotto l'attenta sorveglianza della vecchia che mi controllava dalla finestra) e mi sono incamminato verso casa. Mi sono accorto solo a quel punto che c'era un altro vecchio che mi controllava da dietro la porta di casa aperta di poco. Mi ha guardato, e una volta arrivato all'altezza della porta, l'ha prontamente chiusa.

Perchè racconto questa storia? Perchè questa è Urbino. Una cittadina che dovrebbe essere abituata allo sconosciuto (come racconto nel primo capitolo di questa storia, qui gli studenti sono 15.000 esattamente come gli abitanti), controlla l'uscio di casa come si controlla un confine in tempo di guerra. Qui dove dovrebbe sorgere un "campus universitario", si "squadra" il passante come forse avviene ormai solo nei paesini di Sicilia e Calabria. Qui dove sorge una delle più antiche università italiane, si pensa che il parcheggio di fronte casa sia di proprietà privata senza averne nessun diritto, si pensa sia un limite invalicabile per chiunque.

Qui lo studente, una delle poche fonti di reddito degli abitanti e sicuramente una delle più redditizie grazie soprattutto agli affitti, è visto, "squadrato", controllato come il peggiore dei criminali.

Stiano tranquilli, gli urbinati. Noi siamo di passaggio. Presto li lasceremo soli, come forse meritano di stare.

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lunedì 22 febbraio 2010

Urbino, Italia

Sono ormai 2 anni che mi trovo ad Urbino per motivi di studio.

La città ducale, così si chiama quando si vogliono trovare sinonimi per non ripetere Urbino, è tra le più ricche di storia d'Italia. Ad osservarla bene sembra una piccola Italia in miniatura.

Ricca di storia, appunto, richissima di arte e cultura. Il Ducato del Montefeltro è stato tra i principali dell'Italia del '500. Il duca Federico da Montefeltro è stato un "capo di Stato" tra i più lungimiranti. Di qui sono passati pittori come Piero della Francesca, Timoteo Viti e Giovanni Santi, papà dell'urbinate più famoso al mondo, Raffaello Sanzio. Nel palazzo ducale, uno degli esempi più riusciti dell'architettura rinascimentale italiana, è conservato il famossissimo dipinto de "La città ideale".

La città ospita dal 1506 l'Università, una delle più antiche al mondo. Da qui sono partite personalità come Carlo Bo, che è stato anche ministro dell'Istruzione. Di qui è passato uno degli architetti italiani più illustri che ha disegnato molte sedi universitarie: Giancarlo De Carlo.

Il cibo del Montefeltro ha delle eccellenze riconosciute in tutto il mondo. Prodotti tipici, di denominazione protetta e controllata sono il vanto di abitanti e ristoratori.

E dal 1998 Urbino è patrimonio dell'Unesco.

Una piccola Italia in miniatura, dicevo. Arte, cultura, storia, conoscenza, ottima cucina sono valori che, allargando l'obiettivo, si possono trovare in tutta la penisola.

Ma quale futuro ha Urbino?

Qui gli studenti, che sono 15.000 esattamente come gli abitanti, sono trattati da "ospiti", nella peggior accezione che il termine può avere. Gli vengono proposti alloggi in affitto a dir poco fatiscenti, tuguri fatti passare per suite.

La maggiore risorsa economica viene vista più come un fastidio che come una richezza. Il divertimento notturno che inevitabilmente gli studenti si portano dietro ovunque vadano, per la popolazione è una seccatura che si fa via via più insopportabile.

I pochi vecchi che abitano in città vedono gli studenti attraverso la lente dell'indiferenza, quando va bene, della vera e propria seccatura nella maggior parte dei casi. Gli studenti che dovrebbero far parte dellì'arredo urbano, linfa vitale tra i vecchi vicoli sono visti come stranieri, diversi, estranei.

"Il Ducato", il giornale della mia scuola, ha documentato nel numero di febbraio che i ragazzi urbinati che frequentano l'ultimo anno di liceo vogliono andarsene da qui.

La prospettiva degli urbinati è quella di spremere la loro risorsa per ottenerne la massima "produttività" nell'immediato. Nessuna progettualità nè pianificazione. E non bisogna essere economisti per capire che così la prospettiva per la città si riduce drasticamente.

Inoltre, qui la grandezza del passato cozza in modo evidente con la pochezza del presente. Parlando con gli abitanti, con il rettore e con i docenti universitari tutti si vantano della loro storia. E fanno bene. Ma così facendo non fanno altro che evidenziare la loro pochezza del presente.

Proprio come l'Italia.


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lunedì 8 febbraio 2010

L'ultima speranza della sinistra che spera


Prendo spunto dal commento di Marco all'ultimo post: "la mia speranza è nel Vendola Wind anche se è una sogno. Spero utile e soprattutto realizzabile..."

Le poche righe di Marco raccontano di uno stato d'animo nel popolo della sinistra italiana che ciclicamente ritorna. Spesso si guarda loro come sfigati, rassegnati, tristi. E spesso è vero. Ma una cosa non si può contestare loro: la mancanza di speranza.

Ad ogni caduta, ad ogni tornata elettorale andata male, ad ogni segretario eletto dopo le dimissioni del predecessore, ad ogni sondaggio reso pubblico con i consensi per il Cavaliere alle stelle. Loro sono li e sperano. Sperano che dopo la caduta ci si rialzerà, che le prossime elezioni andranno meglio, che il nuovo segretario sarà meglio del vecchio, che presto tutti capiranno che il Cavaliere è un furfante e i suoi consensi svaniranno.

Ogni volta la speranza si incarna in un leader nuovo. Ora, come dice Marco, è la volta di Vendola.

Ho provato a ripassare mentalente tutti coloro che hanno rappresentato fisicamente, o in modo figurato, la speranza del popolo di sinistra.

Fausto Bertinotti, Romano Prodi, il movimentismo no-global, le primarie e il suo popolo, il Pd, Walter Veltroni, Deborah Serracchiani, il "Fatto Quotidiano" e Marco Travaglio, Santoro e Annozero, "la Repubblica".

Su Google cercando "sinistra" e "speranza" si ottengono 1.450.000 risultati. Alcuni non c'entrano nulla, ma molti sono inerenti all'argomento e danno l'ideà di quanto sia vasto l'argomento.

Ora tocca a Vendola. Visto la fine che hanno fatto i predecessori augurargli l'in bocca al lupo è il minimo. Con la convinzione che di speranza non si può vivere, ma nemmeno morire.





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mercoledì 3 febbraio 2010

Il Pd e il vuoto di rappresentanza

I colpi di genio sono tali perchè la loro attualità dura per anni. Ho rivisto e acoltato lo sketch di Corrado Guzzanti centinaia di volte arrivando a recitarlo a memoria. E ogni volta ogni nome scandito mi scatenava una risata come se fosse la prima volta che lo ascoltavo.



Si era alla vigilia delle elezioni politiche del 2001, dopo la caduta del governo Prodi. Non c'era bisogno di consultare sondaggi o politologi esperti per sapere che avrebbe vinto Berlusconi e la coalizione di centro-destra. Il centro-sinistra e l'allora segretario dei Ds, Walter Veltroni, erano alla ricerca più di un agnello sacrificale che un candidato.

A nessuno, soprattutto a un politico, piace andare incontro a una sconfitta sicura. E in quel periodo tutti i maggiori esponenti dei Ds e della loro coalizione sembravano un manipolo di ragazzini in gita che fischietta girando lo sguardo da un'altra parte mentre la professoressa cerca il colpevole di una marachella.

Ma provate a dimenticare il contesto e il periodo di quello sketch e rivedete la sequenza.

Guardatelo con gli occhi di un elettore bolognese del Pd. Ha votato per un sindaco che pochi mesi dopo l'elezione si è dimesso per uno scandalo di spese fuori controllo fatte per compiacere l'amante, gettando il partito locale nel caos alla ricerca di un candidato che non si trova.

Guardatelo con gli occhi di un cittadino laziale del Pd che alle prossime regionali voterà per una candidata che è espressione di un partito diverso dal proprio dopo che l'unico candidato presentabile, Nicola Zingaretti, già presidente della Provincia, ha gentilmente declinato l'invito.

Guardatelo con gli occhi di un pugliese (elettore del Pd o no) che ha scelto, attraverso le primarie, un candidato diverso da quello che voleva imporre il Pd.

Guardatelo con gli occhi di un elettore del Pd che da quando è nato il suo partito, il 14 ottobre 2007, appena 2 anni fa, ha già visto cambiare tre segretari.

I colpi di genio sono tali perchè la loro attualità dura per anni, dicevamo. Quello di Guzzanti lo è stato senz'altro. Rimane da sapere per quanto tempo ancora rimarrà attuale.



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venerdì 15 gennaio 2010

La Rivoluzione la faccia lei...


Il tema è di moda e va cavalcato. Dopo la lettera di Pier Luigi Celli che invita il figlio a lasciare l'Italia perchè è un Paese che non offre più prospettive, ci pensa un altro Pierluigi a ricordarci che questo "Non è un Paese per giovani".

Pierluigi Battista è uno dei più noti giornalisti italiani. E' stato vicedirettore del "Corriere della Sera" ed è tuttora una delle firme più autorevoli del quotidiano. Ha diretto trasmissioni televisive e scritto diversi libri. Insomma, a 56 anni può dirsi soddisfatto della propria carriera.

Questa settimana ha scritto un articolo su 'Fenomeni', la sua rubrica su "Style", un allegato del Corriere. Il titolo (non troppo originale per la verità) è proprio "Non è un Paese per giovani".

Come riporto già in un precedente post, "Stranezze quotidiane", Battista inizia così: "Non riesco a capire perchè i giovani italiani non abbiano ancora fatto la rivoluzione. No quella finta, posticcia che si inscena stancamente anno dopo anno con le okkupazioni e le parodie sempre più logore di un '68 lontanissimo. No, quella vera: quella contro la fortezza gerontocratica e prepotente che noi ormai anziani abbiamo munito di ponti levatoi per chiudere le porte, impedire l'accesso di forze fresche, monopolizzare tutti i posti a disposizione".

E Battista prosegue: "I giovani dovrebbero fare la rivoluzione contro un sistema ingessato, immobile, accondiscendente con le corporazioni potenti e prepotenti, spietato con il nuovo proletariato anagrafico. [...] Dovrebbero fare la rivoluzione anzichè chiedere in modo petulante che gli anziani diano loro spazio cooptandoli con magnanimità nei loro sinedri. Se lo prendano, lo spazio occupato da chi difende con tenacia inamovibilità la posizione conquistata".


Caro Battista, da un professionista stimato e preparato come lei non mi aspettavo un errore simile. Da quando in qua le ultime ruote del carro hanno fatto la rivoluzione? La rivoluzione vera intendo, proprio come scrive lei. Quando le ultime ruote del carro hanno fatto in modo che certi meccanismi cambiassero o che certe logiche venissero sovvertite? Lei è studioso di storia e dovrebbe sapere meglio di me la risposta: : mai!

Può anche darsi che mi sbagli, e in questo caso la prego di correggermi.

Chi potrebbe fare la rivoluzione, sempre quella vera intendiamoci, sono quei giovani che stanno facendo carriera. Che per bravura diventano capo servizio nelle redazioni dei giornali, diventano responsabili di settori specifici di aziende e società, quei ragazzi che magari riescono a ritagliarsi piccoli ruoli in quel sistema baronale che è l'Università. Quei giovani, insomma, che potremmo definire "quadri intermedi" che stanno scardinando "il sistema ingessato e immobile", come lo definisce lei.

Si, sono loro che potrebbero farla. Loro perchè conoscono quant'è difficile e duro fare strada in un Paese che non è fatto per i giovani, loro che avrebbero tra le mani qualche piccolo strumento per scardinare i portoni sbarrati alle giovani generazioni.

Ma sa perchè non lo fanno? Io un'idea ce l'ho. Perchè con un pò di pazienza quel posto a lungo occupato da chi gli è stato davanti verrà lasciato vuoto. Magari non per moti rivoluzionari, ma per motivi biologici. I vecchi, di norma, muoiono prima dei giovani. E allora il posto sarà occupato da ormai ex-giovani che finalmente potranno accedere a quel sistema di tutele e privilegi di cui fino a quel momento non hanno goduto.

Pensi alla sua categoria e alla sua posizione. Ora pensi alla mia categoria (è la stessa sua) e alla mia posizione. Lei fino al 2009 vice-direttore del più importante quotidiano italiano, io giovane praticante già al terzo stage (non retribuito) e, se sarò bravo e fortunato, entrerò in un giro di precariato che ben conosce. Potrei io far la rivoluzione contro di lei? Suvvia, siamo realisti.

Magari potrei farla qualora diventassi capo-servizio, ma a quel punto, chi me lo farebbe fare? Perchè dovrei rinunciare a quel sistema di tutela e privilegi che le generazioni precedenti alla mia hanno costruito anche nella "casta dei giornalisti"? Chi me lo farebbe fare?

Prenda queste mie righe (volevo scrivere poche, ma in realtà sono diventate troppe) come un piccolo gesto rivoluzionario.

Ps: ho mandato queste righe anche a Pierluigi Battista. Se mi risponderà pubblicherò la sua risposta su questo blog.
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Pazza idea..mica tanto!


Su "La Stampa", il segretario di uno dei più importanti circoli del Pd romano, quello a via dei Giubbonari, annuncia le dimissioni dall'incarico perchè non intende sostenere la Bonino alle prossime regionali. "Siamo troppo distanti sui temi etici", dice l'ormai ex segretario proveniente dall'area Margherita.

Su "Il Giornale", il titolo di pagina 8 è: "Il sito più liberale del Pdl scatenato contro la Polverini". Il quotidiano, anch'esso di area Pdl e il cui direttore ha scritto alcuni editoriali contro la candidata alle Regionali nel Lazio, scrive che il sito Tocqueville.it (un aggregatore di blog di centro-destra), non accetta la candidatura. "Che senso ha, per la destra, vincere le elezioni per ritrovarsi con un governatore di sinistra?", si legge. Un altro blogger sempre di centro-destra, Giova, si augura una memorabile sconfitta per la Polverini e giudica la Bonino "il male minore".

Idea. E se nel Lazio centro-destra e centro-sinistra si scambiassero i candidati? Pardon, le candidate?



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giovedì 14 gennaio 2010

Stranezze quotidiane

Oggi ho trovato un pò di notizie e articoli particolarmente stravaganti. Le segnalo.

Noi che tra le propabili 100.000 vittime del terremoto ci chiediamo se forse (e dico forse) c’è un (e dico un) italiano.

Feltri, direttore de “Il Giornale”, nell’editoriale di oggi rivolge una domanda al premier: “Caro Presidente, che bisogno c’era di parlare di tasse da ridimensionare, ingenerando la sensazione che il taglio fosse dietro l’angolo,e, dopo alcuni giorni, correggere il tiro deludendo le aspettative dei cittadini?” Qualcuno avvisi Feltri che siamo in campagna elettorale.

Carra, cattolico del Pd, lascia il partito per andare con l’Udc di Casini che è in trattativa per creare una coalizione con lo stesso Pd. Io sinceramente non ci sto capendo più un cazzo.



Se Marida Lombardo Pijola scrive su un quotidiano nazionale, anche io ho delle speranze.


“Il Comune di Milano, nella persona del sindaco Letizia Moratti, chiede di costituirsi parte civile nel procedimento a carico di un giovane accusato di aver imbrattato con scritte a vernice spray i pilastri di un edificio in piazza San Babila”. Bene. Quando noi cittadini ci costituiremo parte civile in un processo contro i manifesti elettorali sui muri delle nostre città?

"Non riesco a capire perchè i giovani italiani non abbiano ancora fatto la rivoluzione. No quella finta, posticcia che si inscena stancamente anno dopo anno con le okkupazioni e le parodie sempre più logore di un '68 lontanissimo. No, quella vera: quella contro la fortezza gerontocratica e prepotente che noi ormai anziani abbiamo munito di ponti levatoi per chiudere le porte, impedire l'accesso di forze fresche, monopolizzare tutti i posti a disposizione". Lo scrive Pierluigi Battista su Style di oggi in allegato al "Corriere della Sera". Purtroppo alle sue parole non è seguita una bella lettera di dimissioni. Ma Battista, 56 anni, non ha quello che generalmente si definisce spirito di sopravvivenza? Se i giovani la facessero davvero la rivoluzione, sai dove si ritroverebbe?

Queste sono le mie. Aspetto vostre segnalazioni nello spazio dei commenti.


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martedì 29 dicembre 2009

Amici (e nemici) di Facebook


Ho letto con interesse l'articolo di Maria Laura Rodotà sul "Corriere della Sera" di qualche giorno fa dal titolo "L'amicizia svuotata ai tempi di Facebook". Me lo aveva segnalato anche un mio amico, Luca.

La tesi dell'autrice è comprensibile sin dal titolo. Facebook crea un'area d'incontro virtuale che toglie spazio e tempo agli incontri reali svuotando così di senso le relazioni umane. Penso che il mio amico Luca abbracci totalmente questa tesi.

Personalmente colgo un errore nella'approcciarsi al fenomeno Facebook (errore che trovo sia nell'autrice del Corriere sia sui molti commenti che ho trovato nel web). Molti, quasi tutti, tendono ad assolutizzare questo social network. Facebook male assoluto, Facebook bene assoluto, Facebook creatore di reti sociali, Facebook distruttore di amicizie vere, Facebook ci "costringe all'isolamento delle nostre caverne elettroniche", Facebook una finestra capace di costruire relazioni con il mondo intero.

E se Facebook non fosse nulla di tutto questo?

"L’amicizia al tempo di Facebook: non più una frequentazione continua fatta di serate, discussioni, reciproche consolazioni. Casomai, un dialogo virtuale fatto di battute tra individui che quando va bene si sono visti due volte". Leggendo le prime righe del pezzo della Rodotà mi è venuta in mente ciò che avevo vissuto appena la sera prima.

Il mio pc era acceso e come spesso accade era aperta anche la pagina di Facebook. Rimane aperta per praticamente tutto il tempo in cui è acceso il pc. "Ridotta a icona", come dice il linguaggio del computer. Mi ha contattato un amico sulla chat chiedendomi se volevamo andare al cinema quella sera. Gli ho detto che avrei controllato orari e cinema e gli avrei fatto sapere. Lui è tornato al suo lavoro. Quando io ho finito la mia ricerca l'ho ricontattato e ci siamo dati appuntamento per la sera. Abbiamo visto il film eppoi ci siamo seduti davanti a una birra a commentare la pellicola appena vista, a discutere di politica, a chiacchierare del lavoro e farci confidenze sulle rispettive situazioni sentimentali. Il giorno dopo su Facebook abbiamo postato molti video del film che avevamo visto per far sapere ai nostri amici che lo avevamo apprezzato.

Facebook ha distrutto il mio senso dell'amicizia?

Però la Rodotà coglie un aspetto vero (quello condiviso anche dal mio amico Luca). Ci sono persone che scambiano la piazza virtuale di Facebook per una piazza reale, riempiono la loro solitudine con il tasto "aggiungi un amico".

Ma Facebook è un mezzo e non possiamo prendercela con il mezzo se le persone ne fanno un uso sbagliato. Sarebbe come arrabbiarsi con l'automobile dopo che un pazzo ci è venuto addosso a 150 kmh.

Su questo blog ho trovato un paragone che ritengo molto vero. "Ciascuno di noi aveva agendine scritte a mano con i numeri di telefono ed indirizzi di una miriade di persone: alcune erano amici veri, altri conoscenti occasionali, altri familiari più o meno evitabili o evitati. La rubrica di Facebook funziona nello stesso modo, e se qualcuno pensa che tutti i suoi contatti su Facebook o tutti i numeri che ha nell’agendina scritta a mano siano gli amici del cuore, forse il problema è che lui ha uno strano concetto di “amicizia”, e tende a considerare “amico” chiunque gli rivolga la parola in bus per un secondo e mezzo".

E' vero. Anche io su Facebook ho "solo" 190 amici (191 se la Rodotà mi accetta la richiesta che le ho appena fatto). Molte non le conosco e non le ho mai viste (e forse mai le vedrò), ma attraverso Fb ho rivolto loro domande e ricevuto risposte, mi sono stati segnalati articoli interessanti da leggere e io ho pubblicizzato questo blog nelle loro bacheche. Anni fa non avrei potuto farlo.

Non sono amici. Vogliamo chiamarli contatti? Si, sono d'accordo, sarebbe meglio chiamarli contatti. Ma alla fine che cambierebbe?


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mercoledì 23 dicembre 2009

Per la serie abbassiamo i toni...

Brutti stronzi, vogliamo abbassare questi cazzo di toni?

Detto fatto. Ecco a voi una serie di lanci d'agenzia di questi tre giorni di inizio settimana natalizia.

RIFORME:VITALI(PDL),PER FARLE ISOLARE IL TALEBANO DI PIETRO
(ANSA) - ROMA, 21 DIC - "E' proprio vero. Per avviare un percorso di riforme costituzionali e ordinarie, con il maggior consenso possibile, bisogna isolare il talebano Di Pietro''. Lo afferma Luigi Vitali, componente della consulta Giustizia del Pdl. "Del resto,se l'Italia per Di Pietro dovesse funzionare come il suo partito, si farebbe prima a parlare di dittatura invece che di democrazia".

BERLUSCONI: PARDI (IDV), CAMPAGNA ODIO? PREMIER NE E' AUTORE
(ANSA) - ROMA, 22 DIC - "Questa storia della campagna di odio e' una ballla insopportabile". Lo ha affermato Francesco Pardi, senatore dell'Italia del Valori questa mattina a ''Omnibus'' su La7. "Tutte le manifestazioni degli ultimi anni - ha proseguito - anche quelle spontanee, sono state sempre pacifiche. La campagna di odio semmai ha un autore fondamentale che è il presidente del Consiglio. Berlusconi infatti si è sempre scatenato con insulti contro gli avversari. A cambiare il clima d'odio ci pensi innanzitutto il premier quando se la prende con il presidente della Repubblica o con la Corte Costituzionale. Non credo poi che ci sia questo estremo bisogno di riforme costituzionali. L'unica legge che andrebbe cambiata - ha proseguito Pardi - e' la legge elettorale. Infatti l'aspirazione del presidente del Consiglio, che era ineleggibile e incompatibile con l'esercizio del potere politico, e' avere un rapporto diretto con il popolo. Ma quando si invoca il consenso popolare si dice una menzogna perchè la nostra non e' una Repubblica presidenziale, anche se siamo stati costretti a votare con una legge elettorale infame che appunto andrebbe cambiata''.

BERLUSCONI: GASPARRI, PARDI E' UN TERRORISTA COME LE BR

(ANSA) - ROMA, 22 DIC - "Levare di torno Berlusconi, questa è la parola d'ordine della violenza della sinistra anche se la dicono durante la pubblicita', come ha fatto Pardi, perche' si vergognano". Lo ha detto Maurizio Gasparri, senatore del Popolo della Liberta', questa mattina a "Omnibus" su La7. Commentando una frase del senatore dell'Italia dei Valori Francesco Pardi, Gasparri ha continuato dicendo che "Pardi è una persona pericolosa per la democrazia, è come le Brigate Rosse, solo Curcio parlava così. La violenza è alimentata anche da chi, come Pardi, usa un linguaggio terroristico che poi pazzi di turno trasformano in oggetti lanciati. Gente come Pardi è incompatibile con la democrazia"

BERLUSCONI: PARDI, GASPARRI? E' UN NEOFITA DELLA DEMOCRAZIA
(ANSA) - ROMA, 22 DIC - "Ricordo a Gasparri che dare del terrorista a chi non lo è, è passibile di querela. Non lo faccio perche' significherebbe avere considerazione della sua scarsa intelligenza". Lo ha detto il senatore dell'Italia dei Valori, Francesco Pardi, in riferimento a quanto affermato dal capogruppo del Pdl al Senato stamattina durante la trasmissione Omnibus, su La7. "Sarebbe il caso invece - è la replica di Pardi - che colui che una volta chiamavano 'il carrierino dei piccoli', chieda scusa agli italiani che hanno visto la trasmissione stamattina per le corbellerie che ha sparato e per le solite strumentali polemiche a cui non ci abitueremo mai. Gli avversari politici si battono con la ragione. Gasparri, in mancanza di questa, e' costretto alla falsificazione e agli insulti: comportamenti non sorprendenti in un neofita della democrazia".

FIAT: BARBATO(IDV),PER OGNI LICENZIATO TIRO STATUA A PREMIER
(ANSA) - ROMA, 22 DIC - "Per ogni operaio della Fiat buttato fuori, la tiro io in faccia la statuetta a Berlusconi". Lo ha detto, prendendo la parola durante il sit-in di protesta degli operai Fiat di fronte a Palazzo Chigi, Francesco Barbato, deputato dell'Italia dei Valori.

FIAT: LABOCCETTA, IDV CACCI BARBATO, E' TARTAGLIA CAMERA
(ANSA) - ROMA, 23 DIC - "Che Franco Barbato, deputato dipietrista, sia un soggetto socialmente pericoloso, sostanzialmente uno squilibrato, che dall'inizio della legislatura cerca in maniera maniacale la rissa in aula esibendosi in continue provocazioni, lanciando sistematiche offese a Silvio Berlusconi, a tutto il Governo, alla maggioranza parlamentare, lo sostengo da sempre. Barbato è il Tartaglia di Montecitorio". Lo ha detto Amedeo Laboccetta, deputato campano del Pdl.



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venerdì 4 dicembre 2009

Chi lo ha detto?

Oggi si gioca.

Gli schieramenti politici sono sempre più privi d'identità. Il linguaggio politico è molto lontano da quello di 20 o 30 anni fa che era ingessato, burocratico, molto spesso autoreferenziale. Oggi è meno politichese, come si dice spesso. Un linguaggio più diretto, più comprensibile, chiaro anche alla "casalinga di Voghera". Stronzi, farabutti, coglioni sono termini che abbiamo ascoltato da presidenti della Camera, del Consiglio, semplici parlamentari.


Ma qual'è l'altra faccia della medaglia? I politici di 20 anni esprimevano concetti che la "base", gli elettori, capivano subito. Parole e concetti chiave che venivano immediatamente attribuiti a una precisa parte politica. Oggi è ancora possibile?
Mi direte, è la politica ad essere cambiata, non i politici. Oggi tutto è liquido (come insegna Bauman). Tutto è poco identificabile e molto interscambiabile.
Allora giochiamo. Chi lo ha detto?

A) "Ho chiesto alle principali televisioni e radio italiane di scegliere, per il tradizionale brindisi dell'ultimo dell'anno, le bollicine dei nostri spumanti. Sara' un modo per festeggiare insieme non solo il nuovo anno, ma anche uno dei prodotti simbolo dei nostri territori e, con esso, l'agricoltura italiana tutta
".

B) "
Quando si parla di 'Annozero' mi stupisco di chi si stupisce. Il format di 'Annozero' - piaccia o non piaccia - e' noto a tutti. Si tratta di uno straordinario ed efficace esempio di giornalismo militante. Del resto, il giornalismo d'inchiesta e il giornalismo militante fanno parte, oggi, del servizio pubblico radiotelevisivo. Non a caso, il pluralismo nella Rai e' ormai una semplice sommatoria di faziosità".

C)"Il Partito Democratico e' ancora oggi inspiegabilmente diviso al suo interno sull'atteggiamento da tenere nei confronti della manifestazione del No B-day. E' una linea confusa e negativa che non fa bene ne' al partito ne' contribuisce a creare le condizioni di una opposizione che si mostri credibile alternativa. Si ripropone l'atteggiamento caro al vecchio Pci della protesta fine a se stessa sul modello del partito di 'lotta e di governo".

D)In riferifemto alla manifestazione di domani, No B-Day, ha detto:"
Più gente va, meglio è. E certe esitazioni mi paiono davvero incomprensibili".

A) ɐɹnʇ1oɔıɹbɐ,11ǝp "ɐʇsıɥbǝ1" oɹʇsıuıɯ 'ɐıɐz ɐɔn1
B) ıɐɹ ɐzuɐ1ıbıʌ ǝuoıssıɯɯoɔ pd ǝʇuǝpısǝɹdǝɔıʌ 'o1ɹǝɯ oıbɹoıb
C) pd oʇɐʇndǝp 'ıʇʇǝsn1 ozuǝɹ
D) ıuoɹʇ1ǝʌ ɹǝʇ1ɐʍ E quest'ultima cosa torno a scrivere normalmente. Veltroni è quello che per non nominare Berlusconi coniò la formula il "
principale esponente allo schieramento a me avverso". Non si sa se Veltroni ha fatto la dichiarazione dall'Africa.

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lunedì 30 novembre 2009

Il Paese è perfetto. Per questo si parla d'altro.

Diciamo che possiamo permettercelo. Siamo un Paese che non soffre una crisi economica come il resto del mondo, non abbiamo problemi di legalità nelle istituzioni e nella società. I provini del Grande Fratello raccontano di decine e decine di giovani con un alto grado scolarizzazione e in grado di rispondere a difficilissime domande di cultura generale. Il Pil cresce, la criminalità non esiste, le istituzioni rappresentano fedelmente l'immagine di un Paese che funziona. Insomma citando un personaggio comico interpretato da Antonio Albanese, "va tutto bene".

Allora possiamo permetterci di affrontare temi di importanza secondaria che, nella situazione ottimale in cui viviamo, diventano primari. E' un pò come se invece dell'organizzazione e amministrazione di una nazione stessimo parlando di una trasmissione televisiva. Dopo l'organizzazione, la preparazione, le prove della messa in onda e la verifica che tutto funziona, ci si dedica all'ottimizzazione. E noi italiani ci dedichiamo quotidianamente all'ottimizzazione.

Settimane e settimane, se non mesi, a parlare di ronde. A parlare di vagoni della metro da destinare esclusivamente ai nativi di Milano. A parlare di crocefissi nella scuola. A parlare di come tagliare la coda al cane. Se accettare o meno in concorso a Sanremo le canzoni in dialetto.
Ci aspettano vibranti settimane di discussioni sul tema. Prese di posizioni autorevoli, seguitissimi dibattiti chiarificatori, trasmissioni televisive con ospiti preparatissimi di storia eraldica.

Per fortuna gli italiani pensano ad altro. "Le sorprese del Paese reale", è un titolo di un editoriale di Ernesto Galli della Loggia in cui scrive: "La verità di Paese politicamente nevrotizzato, dove la politica è sempre più spesso impegnata a discutere con ferocia sul nulla, un Paese che il discorso pubblico dipinge troppo spesso quale esso in realtà è ben lungi dall' essere".

Per quanto mi riguarda "Sono fin troppo consapevole del fatto che si vive in un'epoca in cui solo gli ottusi sono presi sul serio e io vivo nel terrore di non essere frainteso".
La citazione è di Oscar Wilde.


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giovedì 5 novembre 2009

Fede tradizionale

"Fintanto che rimarro' sindaco di Trieste nessun crocefisso verrà rimosso da alcuna scuola comunale”, ha detto il sindaco di Trieste, Roberto Dipiazza. "Comunque vadano i ricorsi annunciati dal Governo contro Strasburgo - ha continuato Dipiazza - manterrò attuata questa decisione perche' si tratta di un'imposizione che si scontra
contro i valori e le tradizioni che appartengono alla storia millenaria del nostro Paese”.

"Se vogliono togliere i crocifissi dalle nostre scuole, vuol dire che li metteremo nelle nostre aziende. Ecco perchè chiedo ai nostri commercianti cattolici di esporre questo simbolo, per ribadire ancora una volta le nostre radici culturali e religiose che affondano nel cristianesimo e nel cattolicesimo. Strasburgo ha colpevolmente dimenticato che i simboli religiosi fanno parte integrante della nostra cultura e delle nostra storia e per questo non siamo disposti per alcun motivo a rinnegarli". E'il pensiero del presidente della Confcommercio di Roma, Cesare Pambianchi.

Il sindaco di Sassuolo, Luca Caselli, ha invece comprato 50 nuovi crocifissi da distribuire alle scuole sprovviste. " ''E' una sentenza assurda, una vera e propria
idiozia - spiega Caselli - che non solo e' contraria alla tradizione religiosa e culturale europea, ma che reputiamo anche pericolosa", ha detto Caselli.

Un invito ai dirigenti scolastici prechè verifichino la presenza del cricifisso nelle scuole ed eventualmente a metterlo lo fa il sindaco di Sanremo, Maurizio Zoccarato. "Il crocifisso rappresenta il simbolo della tradizione delle nostre radici cristiane" - ha scritto Zoccarato -. Lo stesso assume un valore simbolico di identita' culturale e sociale, oltre a rappresentare la tradizione cattolica".

Sintetizza per tutti il ministro dell'Istruzione, Mariastella Gelmini: "La presenza del crocefisso nelle aule scolastiche non corrisponde solo a un simbolo religioso, ma e' un simbolo che unisce i valori, le tradizioni, le radici del nostro Paese".

Sono alcuni dei commenti alla sentenza della Corte europea dei diritti dell'uomosulla presenza dei crocifissi nelle aule scolastiche giudicata "una violazione della libertà dei genitori ad educare i figli secondo le loro convinzioni e della libertà di religione degli alunni".

Si può essere d'accordo o in disaccordo con la sentenza. Il crocefisso nelle aule scolastiche può urtare o non urtare la sensibilità di alcuni.

Quello che 19marzo09 nota, però, è come in tutti i commenti venga evocata la "tradizione".

Sul vocabolario online della Treccani, alla voce "tradizione", si legge: "Trasmissione nel tempo, da una generazione a quelle successive, di memorie, notizie, testimonianze; di consuetudini, usi e costumi, modelli e norme"

Alla voce "fede" invece, è scritto: "Credenza piena e fiduciosa che procede da intima convinzione o si fonda sull’autorità altrui più che su prove positive; il complesso delle proprie credenze, dei principi fermamente seguiti".


La fede trasformata in usanza. E' questo quello che sostengono gli "scandalizzati" della sentenza.
Da laico e da non credente ritengo la fede troppo importante per essere ridotta a "tradizione". E credo che questo sia l'ultimo argomento a cui affidarsi per sostenere la propria posizione. Evidentemente ne mancano di altri migliori.










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venerdì 23 ottobre 2009

No, grazie

"Caro segretario,
la ringrazio molto, ma rifiuto la sua proposta di farle da vice qualora lei vincesse le primarie del nostro partito. Perchè lo faccio? Perchè mi sarebbe piaciuto che lei avesse giustificato la scelta su di me perchè mi ritiene un bravo politico, una persona onesta, una personalità che per le sue conoscenze può portare al Pd qualcosa in più. E non perchè "semplicemente" sono di colore. Vede, la giustificazione di essere scelto per il colore della pelle è esattamente identica al fatto di non essere scelto per lo stesso motivo. Credo, e penso che dovrebbe essere convinzione di un partito progressista, che il colore della pelle non debba rientrare tra i criteri di selezione. Nel bene e nel male.
Nel corso della mia vita ho sempre rifiutato di redere e mi sono sempre opposto al fatto che il colore della mia pelle fosse da ostacolo ai miei obiettivi, ai miei sogni, ai miei traguardi. E per raggiungerli ho puntato su me stesso e non sul fatto di essere di colore. Ora non vorrei che essere nero "agevolasse" il raggiungimento di una posizione che mi gratificherebbe molto. Forse, però, l'Italia non è un Paese ancora pronto".

A 19marzo09 sarebbe piaciuto che Jean Leonard Touadì avesse risposto cosi alla proposta di Dario Franceschini di fargli da vice qualora fosse confermato segratario del Partito Democratico.

Invece Tuoadì ha accettato.

http://www.youtube.com/watch?v=fzmtxHYgdDI

lunedì 19 ottobre 2009

Giornalismo militante (prima puntata)

Questo post è più difficile da scrivere rispetto agli altri. Perché tradisce quella che molto presuntuosamente ho definito “linea editoriale” del blog. Ma se in questo post esplicito un mio punto di vista è solo per partecipare a un dibattito su modi diversi di interpretare il giornalismo e spero che questo intervento lo alimenti.

La casella di posta elettronica di 19marzo09 si è riempita di mail di altri colleghi della scuola di giornalismo che dibattevano su “La Repubblica” e sul giornalismo in generale.

"Noi lo sappiamo che Repubblica ha bucato le notizie di questi mesi su Silvio (più o meno tutte !!!) e che ha fatto solo campagna moral-inquisitoria. Noi lo sappiamo che un quotidiano che sia degno di questo nome non chiede la testa di nessuno. Noi lo sappiamo che le notizie sono notizie e basta, che i lettori debbono formarsi opinioni ed agire in base alle notizie. Noi lo sappiamo, vero?... Non si salvano più, sono un partito. Neanche se nonno Scalfari (ave oh maestro .... fino a quando non ha compiuto 129 anni) va a Villa Ada a giocare a bocce. Neanche se Mauro torna a dirigere le poste di Albano Laziale. Neanche se De Benedetti vende a Murdoch, non si salvano sul piano etico, proprio quella sfera a loro tanto cara...che buffi. Che Boffo. Che baffi. Che beffa."

Scrive Giorgio. E concorda Alberto, che però fa un distinguo:

"Non condivido di considerare il Corriere la bibbia del giornalismo perché anche Ferruccio de Bortoli ha i suoi simpatici scheletrini. Fondamentalmente non c'è la bibbia del giornalismo, tanto che per bilanciare la copia di Repubblica, che gentilmente mi forniscono, ho cominciato a prelevare dalla mazzetta anche “il Giornale”. Sì, “Il Giornale”. Che intendo dire con questo? Fortunato chi ha la possibilità di leggere molto, meglio tutto, e farsi un'idea di quanto accade. Repubblica ha i suoi punti di forza tanto quanto il Corriere e tanto quanto il Corriere ha i suoi buchi neri. Insomma sì a discutere delle fregnacce e forzature fatte da Repubblica e delle notizie portate dal Corriere da quest'estate a oggi. No a considerare via Solferino come la Fonte Unica dove abbeverarsi di notizie altissime, purissime e levissime."

Ogni buon giornalista dovrebbe chiedersi quale sia il ruolo del giornalista nella società, il risvolto che potrebbero avere le proprie azioni durante tutta la propria vita professionale. E’ ancora più giusto che lo facciano persone nel pieno della propria preparazione.

Sul dibattito su Repubblica dico la mia. Credo che Repubblica non stia diventando un partito, ma lo sia sempre stato. Ne avevo già scritto in un altro post riportando scritti dell’attuale direttore e del padre fondatore.

Credo che l’evoluzione di Repubblica-partito sia più evidente in questa fase storica per un motivo ben preciso: la debolezza dell’opposizione parlamentare.
Questo pensiero trova conferma in un editoriale di Curzio Maltese, uno dei più apprezzati opinionisti, che il 4 ottobre scorso, scrive:

“Non sappiamo se l' opinione pubblica è davvero e ancora «una forza superiore a quella dei governi», come scriveva Saint Simon agli albori della democrazia. Nell' Italia di oggi è in ogni caso una forza superiore a quella di un' opposizione politica divisa, confusa e a giudicare dagli ultimi voti parlamentari anche distratta. Il potere ne è consapevole e infatti gli attacchi agli organi d' informazione in questi mesi hanno raggiunto toni mai toccati dalla polemica politica”.

L’opinione pubblica a cui fa riferimento Maltese è chiaramente identificabile: quella che compra e legge “La Repubblica”, scende in piazza dopo la chiamata a raccolta del Gruppo editoriale L’Espresso”, firma gli appelli sul sito di Repubblica, etc. E gli attacchi del premier contro Repubblica significano che i suoi avversari "siamo noi" e non sono in Parlamento. “La Repubblica” è più forte del Pd. E’ il pensiero di Maltese.

Di fronte a questa situazione, da giovane giornalista-apprendista, mi chiedo: è questo il ruolo che un giornale deve svolgere in un Paese con una democrazia avanzata? E’ positiva questo livello così elevato di commistione politico-editoriale? Possibile che per capire lo stato di salute di una parte politica bisogna rivolgersi allo stato di salute di certi giornali?

Perché dico questo? La debolezza del Pd è inversamente proporzionale all’intraprendenza di “La Repubblica”. Ma mentre il primo perde voti, la seconda diminuisce le copie vendute, sintomo di una debolezza culturale nel Paese delle idee a cui fanno riferimento entrambi.
La sinistra esce dal Parlamento, fa un congresso e (toh!) si divide, e oltre a “il manifesto” e “Liberazione” arriva nelle edicole “L’Altro”, diretto da Sansonetti e che va a braccetto con “Sinistra e Libertà”. “L’Altro” rispecchia talmente bene la situazione della sinistra che poco tempo fa due redattori hanno lasciato il giornale in polemica con alcune scelte editoriali. Una scissione, praticamente. Per dar voce all’opposizione in stile Di Pietro, nasce infine “Il Fatto Quotidiano”. Come descrivere il giornale diretto da Padellaro? Che la magistratura e le indagini giudiziarie stanno al “Fatto” come Berlusconi sta a Repubblica: senza l’uno non esisterebbe il giornale. Ma il debutto è un successo, infatti Di Pietro gode di ottima salute elettorale.

A destra Feltri fa da guida a un giornalismo militante al servizio di chi paga (nel senso di padrone del giornale). Il servizio sul giudice Mesiano andato in onda sul Canale 5 non merita giudizi.

Questo a riprova che “chi è senza peccato……”.

Detto ciò, mi chiedo (e lo chiedo anche ai miei colleghi futuri giornalisti) a chi piace questo giornalismo militante? Che differenza c’è tra Repubblica che cerca di convincerci che se un premier va a letto con delle mignotte è ricattabile e Canale5 che ci dice che uno che fuma passeggiando in attesa del barbiere si comporta in modo stravagante? Chi di voi vorrà entrare in una redazione con tesi preconfezionate da dimostrare invece che fatti da raccontare?

(continua…)



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lunedì 12 ottobre 2009

Giornalismo d'oggi

Penso che per un lettore di giornale non ci sia nulla di più insopportabile di leggere articoli che attaccano o polemizzano con altri giornali o colleghi (di chi scrive). Credo questo per una serie di motivi.

Primo: le persone interessate a questo tipo di polemiche sono molto poche. Se aggiungiamo il fatto che i lettori di giornali sono un'esigua minoranza della popolazione italiana, stiamo parlando di una minoranza della minoranza che legge questo tipo di articoli. Quindi destinare questi spazi al racconto di notizie o commenti sui fatti sarebbe più proficuo. Se non si hanno fatti da raccontare o idee, si può sempre vendere lo spazio alla pubblicità. In tempi di crisi dell'editoria rivolgersi alla minoranza della minoranza dei lettori non è una buona scelta.

Secondo: tranne gli addetti ai lavori (e quindi sempre all'interno dell'autoreferenzialità), quasi la totalità dei lettori legge un unico giornale. Quindi nei botta&risposta tra i polemisti, il lettore avrà una visione parziale poichè non leggerà la risposta sull'altro giornale. Oppure avrà una visione distorta poichè saprà della risposta attraverso l'articolo di contro-risposta, dove saranno riportate le parole che più fanno comodo per la polemica o verranno riportate in modo poco veritiero.

Questo post vuole solo riportare, per intero, l'ultima polemica giornalistica. Protagonisti
Ferruccio De Bortoli, direttore del "Corriere della Sera", e Eugenio Scalfari, fondatore di "La Repubblica".

Tutto è iniziato dalle parole del premier, Silvio Berlusconi, durante la conferenza stampa al termine dell'ultimo Consiglio dei Ministri, il 9 ottobre scorso:

"Il Corriere della sera è passato da essere un buon foglio della borghesia italiana a un foglio della sinistra".

Il giorno dopo il direttore del quotidiano di via Solferino scrive un editoriale dal titolo "Le critiche al Corriere. Una risposta".

"Non sappiamo che cos’abbia spinto il premier a criticare ieri il Corriere ...Forse abbiamo un unico grande torto. Siamo un giornale che ragiona con la propria testa, lungo il solco liberale della sua tradizione. Un quotidiano che si ostina a coltivare la propria indipendenza...Il Corriere non veste alcuna divisa e non indossa nessun elmetto. Si è ben guardato, in questi mesi, dall’assecondare la campagna scatenata contro il premier, con vasta eco all’estero, dai suoi nemici, politici ed editoriali, e da tutti quelli che hanno ridotto l’opposizione allo sguardo insistito nella sua vita privata. Dimenticando tutto il resto...Certo le notizie non le abbiamo mai nascoste. Mai. Ma neanche strumentalizzate e piegate alle esigenze di parte, come accade in quasi tutto il panorama editoriale". Scrive De Bortoli (invito ad andare sul link per leggere tutto l'articolo).

Il giorno dopo, domenica, dalle pagine di "La Reppubblica", interviene Scalfari con il suo consueto sermone domenicale e, riferendosi a De Bortoli, scrive:

"Cita tutti gli articoli recenti da lui pubblicati che hanno sostenuto il governo e le sue ragioni; rivendica di non aver mai partecipato a campagne di stampa faziose, condotte da gruppi editoriali che vogliono pregiudizialmente mettere il governo in difficoltà con argomenti risibili; ricorda di aver approvato la politica economica e sociale del governo, la sua efficienza operativa, la sua politica estera; ammette di averlo criticato solo quando è stato troppo duro con la Corte costituzionale e con il Capo dello Stato; auspica una tregua generale tra le istituzioni; riconosce al presidente del Consiglio l' attenuante di essere perseguitato in modo inconsueto dalla magistratura...Mi procura sincero dolore un giornale liberale ridotto a pietire un riconoscimento al merito dal peggior governo degli ultimi centocinquanta anni di storia patria, Mussolini escluso... Ma addirittura accusare noi d' una nefasta faziosità rivendicando a proprio favore titoli di merito verso il governo, questo è un doppio salto mortale che da te e dal tuo giornale francamente non mi aspettavo".

Oggi De Bortoli sente il bisogno di una controrisposta scrivendo un pezzo dal titolo "Un'informazione libera e corretta":

"Un giornale non è un par tito. L’informazione è corret ta se fornisce al lettore tutti gli elementi necessari per formarsi, in piena libertà e senza condizionamenti, un’opinione. Non lo è quan do amplifica o sottostima una notizia chiedendosi pri ma se giova o no alla pro pria parte o al proprio pa­drone. Ed è quello che sta accadendo oggi: i fatti non sono più separati dalle opi nioni. Sono al servizio delle opinioni. I lettori rischiano di essere inconsapevolmen te arruolati in due trincee, dalle quali si danno vita a campagne stampa e raccol te di firme".

E sempre oggi, a pagina 12, risponde direttamente a Scalfari il cui editoriale, scrive il direttore del "Corriere", è stato ingiusto e insultante":

"Scalfari ha letto la mia risposta di venerdì alle accuse del premier, manipolando le mie parole a suo uso e consumo. Lo considero profondamente scorretto. Il paradosso di tutta questa vicenda è che Repubblica ha fatto la sua campagna contro il premier con le notizie pubblicate… dal Corriere . Scalfari tenta di delegittimarmi moralmente perché non abbiamo seguito il suo giornale, querelato dal premier, e non siamo scesi in piazza sotto le bandiere di un partito o di un sindacato...Ma dov’erano lui e il suo giornale quando gli avvocati di Berlusconi, Ghedini e Pecorella (da me chiamati avvocaticchi per le leggi ad personam e per questo condannato) mi citarono in giudizio? E dov’erano lui e il suo giornale quando D’Alema, allora al potere, se la prese con noi fino a proporre la mia cacciata dall’Ordine dei giornalisti? Li ho forse accusati, in quelle occasioni, di essersi accucciati al potere di turno? No, rispettai il loro ruolo, anche se di spettatori. Interessati. Devo andare avanti?"

19marzo09 si è limitato a riportare la cronologia degli eventi e i link degli articoli. Quelli riportati sono spezzoni che 19marzo09 reputa importanti, ma è comunque necessario leggere l'originale cliccando sul link.

Così ognuno potrà verificare in prima persona se le parole riportate da Scalfari sono presenti nel primo articolo di De Bortoli. E se De Bortoli descrive effettivamente il suo giornale oppure le sue parole si riferiscono a un giornale immaginario.

A voi il giudizio.







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giovedì 8 ottobre 2009

La sfiga è di sinistra...

Copio. Se volessi essere indulgente con me stesso direi che traggo ispirazione. Mi riferisco al "Buongiorno" di oggi, la rubrica quotidiana di Massimo Gramellini su "La Stampa".

"Il 72% dei giornali è di sinistra (non il 71 e nemmeno il 73: il 72, l’ha detto Lui). La Corte Costituzionale è di sinistra, il Quirinale è di sinistra...e anche i vigili che danno le multe sono di sinistra...il vicino di casa che appesta il pianerottolo con la sua frittura è di sinistra...la sveglia alle sette è di sinistra, la barba da radere è di sinistra, il caffè amaro è di sinistra, i calzini bucati e gli ingorghi al semaforo sono di sinistra, il capufficio odioso è di sinistra, la moglie che mi ricorda le commissioni da fare è di estrema sinistra...le escort sono di sinistra, ma solo quelle che chiacchierano, naturalmente."
Lo scrive Gemellini. Ma la lista potrebbe essere allungata. E lo fa 19marzo09.

La sfiga e gli sfigati sono di sinistra. La fame e i morti di fame sono di sinistra. Le utilitarie sono di sinistra. Quelli che non entrano nei locali da fighetti (di destra sia i locali che i fighetti) sono di sinistra (perchè buttafuori, anche loro di destra, non li fanno entrare). La merda è di sinistra e anche chi la pesta. Quelli che si fanno processare e magari pure condannare sono di sinistra. Le condanne sono di sinistra (le assoluzioni di destra). Quelli in carcere sono di sinistra (è una conseguenza di quelle di prima). La disgrazie e i disgraziati sono di sinistra. I giornali con cui ci si pulisce il culo sono di sinistra, quelli ai tavolini del bar sono di destra. Il pisello è di sinistra, il cazzo è di destra. La vagina è di sinitra, la topa e la figa sono di destra.

Ecco. L'anomalia è che la Sinistra aveva la sua ragione politica e storica nel rappresentare tutte queste categorie sopraelencate e che in essa si ritrovavano.
Il problema è che la Sinistra non lo fa più.


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lunedì 5 ottobre 2009

Vorrei sapere perchè...

Vorrei sapere quanti di quelli che oggi piangono davanti alle telecamere dei tg perchè hanno perso la casa, sono andati in comune a sollecitare una concessione edilizia per costruire una casa dove non si poteva.

Vorrei sapere quanti di quelli oggi urlano "sono stato lasciato solo!", si sono vantati si essere cugini degli amici dello zio del nonno del figlio dell'assessore e di aver ricevuto così una concessione a costruire dove non si poteva.

Vorrei sapere quanti di quelli oggi reclamano una sistemazione abitativa alternativa subito, hanno costruito la propria casa dove il semplice buonsenso lo vietava pensando "tanto no succederà mai!".

Vorrei sapere perchè Qualcuno aveva previsto la disgrazia e ha lasciato che tutto questo accadesse.

Vorrei sapere perchè il capo della Protezione Civile è bravissimo a gestire le emergenze, ma non è capace a prevenirle.


Vorrei sapere perchè sempre il signor Qualcuno non la smette di parlare di modello L'Aquila per cominciare a parlare di modello Giappone.




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mercoledì 23 settembre 2009

Morti

Morire il giorno 17. Rimanere steso sull'asfalto, un telo sopra e intorno una corona di lacrime. La retorica ci ha consegnato moltissime frasi fatte per infarcire il racconto di una morte sul lavoro: "non deve accadere mai più", "non è possibile che un uomo esca di casa la mattina per andare a lavorare, e la sera non torni". Non sono servite a nulla.

Mogli inconsolabili. Figli orfani. Amici smarriti. Ogni lutto lascia dietro di se una scia di dolore ancora più grande del lutto stesso. Tratti comuni di episodi uguali. E un altro aspetto che si ritrova spesso in questi episodi: l'accento del sud. Quel sud ricco di sole, umanità, spirito di accoglienza, ma povero di lavoro e di opportunità

Allora via. Si parte. Tanti sogni nella valigia e la nostalgia di casa sempre in tasca. E si arriva in una terra lontana, a volte ostile, sicuramente sconosciuta. Si lavora, si chiama casa, si ride e si scherza per esorcizzare la comune malinconia, si parla il più possibile per allontanare la nostalgia.

Poi capita che un giorno, magari di 17, si cada al suolo. Un botto eppoi il silenzio. Quel silenzio dopo un rumore fortissimo che fa più frastuono del botto stesso. Stesi. Orizzontali. E non ci si rialza più. Ci si era alzati la mattina per fare il proprio lavoro e la sera non si ritorna a casa (anche se in realtà la casa è a migliaia di chilometri di distanza).

Questa è una storia inventata. Inventata per non far torto a Simone, Fabrizio, Celestino . Per non far torto a Fausto e Giancarlo, morti proprio ieri. Raccontare una storia in particolare avrebbe tolto spazio ad un'altra. E non sarebbe stato giusto.

Si, questo post è scritto pensando ai sei parà della Folgore uccisi in un attentato a Kabul.
Possono essere considerati morti sul lavoro? Non lo so, ma me lo sono chiesto.

E come nello spirito del blog, non mi sono (e non ho voluto dare) risposte.
So, però, che nè Simone nè Fabrizio avranno funerali di Stato, medaglie sul petto e onori. E nemmeno Fausto e Giancarlo li avranno. Eppure, anche loro erano persone oneste che lavoravano per loro stessi e per il loro Paese, magari per costruire case dove uno di noi sarebbe andato ad abitare o per trasportare il cibo che troviamo sulle nostre tavole.
Ognuno serve il proprio Paese come meglio crede. Mi ha molto impressionato, però, la lunga lista di "morti sul lavoro" che ho trovato su 2 blog e che non trovano spazio sui giornali nè telegiornali.

In conclusione linko due punti di vista contrapposti. Uno l'ho trovato su un blog, l'altro è "L'Amaca", la rubrica quotidiana di Michele Serra su "Repubblica".


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mercoledì 10 giugno 2009

Dialoghi

Avevo lanciato nei giorni scorsi una provocazione: dato che Repubblica aveva appoggiato indistintamente la candidatura del PD, se questo avesse fallito nelle urne, il direttore avrebbe dovuto dimettersi.
Il PD ha fallito. Ha perso il 7% rispetto alle scorse politiche. Penso sia una batosta e che dire "Si pensava peggio" non sia nè consolante nè sia un atteggiamento costruttivo. Ho iniziato a raccogliere dei pareri sulla mia provoazione. Tramite Facebook ho chiesto il parere di Antonello Caporale. Riporto qui fedelmente la mia domanda, la sua risposta e un secondo mio appunto. Se mi risponderà ancora terrò aggiornati i lettori di 19marzo09.blogspot.com.



Gentile signore Caporale, sono uno studente dell'Ifg di Urbino. Ci siamo conosciuti qualche mese fa. Volevo farle una domanda. LE scrivo appositamente a poche ore dalla chiusura delle urne. Ho letto su Repubblica tre articoli che invitavano a non astenersi e a votare per il PD (Scalfari, D'Avanzo e Serra) e probabilmente qualcuno mi è sfuggito. Ora se il Pd alle elezioni europee non dovesse raccoglier i voti che ci si aspetta non crede che il direttore di repubblica debba dimettersi per il fallimento della propria linea editoriale?Ps Penso che la foto pubblicata oggi a pagina 2 con un elettrice che indica il simbolo del PD sia veramente ridicola.La ringrazio per l'attenzione.Francesco Ciaraffo



caro francesco,scusa del ritardo col quale ti rispondo. Mi poni una domanda di un qualche rilievo. Ti espongo le mie considerazioni: il giornalismo deve prendere parte alla vita politica e civile, deve esprimere le sue passioni, fare le sue scelte. Questo alimenta un rapporto trasparente e motivato col lettore, tu sai qual è il mio pensiero e hai ogni giorno modo di verificarne la congruenza.Prendere parte non significa perdere l'indipendenza. Un giornalismo indipendente può motivatamente sostenere questa o quella posizione politica. Non deve, se vuole rimanere tale, assumere una connotazione faziosa, dunque piegare gli eventi al solo scopo di mostrare la sua tesi. Come sai il giornalismo purtroppo può nascondere la realtà, o anche spacciare il vero per falso, o - addirittura - procedere al contrario.Veniamo a Repubblica. La direzione di questo giornale ha deciso, com'è suo diritto (E DOVERE), di promuovere una campagna di stampa contro il premier su un evento che io giudico non secondario, non gossiparo, ma decisivo invece. Ha fatto il suo dovere, era ed è secondo me giusto farlo.Se però valuti che il direttore debba condizionare la sua sorte professionale dall'esito delle urne, allora la tua valutazione prescinde dal merito giornalistico e prefigura per repubblica lo status di un partito politico.Non condivido affatto. Il direttore ha la responsabilità di ciò che pubblica e, se si prova la sua malafade o peggio, occultamento, omissioni, falsità, egli ha l'obbligo di trarne le conseguenze. Se l'indipendenza può essere tutelata anche da una posizione dichiaratamente di parte, la faziosità non deve trovare modo di esprimersi. E nemmeno ogni sua versione subliminale, come quella foto che tu opportunamente segnali.Ciao Antonello



La ringrazio per l'attenzione, ma mi permetta di farle qualche appunto. Le mie considerazioni non sono sulla campagna di stampa di Repubblica contro il premier sulla quale mi trovo pienamente d'accordo con lei, ma sugli articoli di Serra, D'Avanzo e Scalfari in cui si invitava a non astenersi e a votare per un preciso partito politico. E' una cosa diversa. Sono d'accordo con le sue parole: " Un giornalismo indipendente può motivatamente sostenere questa o quella posizione politica". Lei mi insegna come i giornali americani a inizio campagna elettorale abbraccino la causa di uno dei due partiti maggiori continuando poi a fare il loro mestiere liberamente. Ma qui siamo ben lontani dall'endorsement statunitense. Penso che un direttore che abbracci la linea politica di un partito (e mi scusi ma, come lei saprà, Repubblica non è lontana da uno status di "partito politico") risultato poi sconfitto alle urne dovrebbe rassegnare le dimissioni. Sarei molto felice se rispondesse anche a questi miei appunti e la ringrazio di nuovo per l'attenzione che mi ha dedicato. Inoltre mi permetto di pubblicare la sua risposta sul mio blog: www.19marzo09.blogspot. com.