Su 19 marzo trovi

Pensieri e idee. Articoli di giornale e commenti. Vignette e foto dal mondo. Giornalismo e storie da raccontare. Prodotti trovati su internet e quelli fatti da me all'interno della scuola per la formazione al giornalismo.
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giovedì 22 ottobre 2009

Non sto da nessuna parte

Ma cosa succede se si allarga lo sguardo dal giornalismo alla società? Se invece di parlare della faziosità dei giornali parlassimo della faziosità di noi lettori-cittadini-elettori? Lo sintetizza Luca, che scrive:

"Quello che mi preoccupa è la piega che sta prendendo tutto questo. Come sempre in Italia, una deriva barricadera. Dove una opposizione che urla e si agita, grida al golpe, non fa altro che parlare del letto di Putin, un’opposizione alla Di Pietro insomma, è assolutamente funzionale al governo, ai berluscones, alla radicalizzazione di una situazione che ha una sola vittima, il Paese, sempre più impantanato nelle secche del suo immobilismo, sempre piu’ pieno di gossip e vuoto di politica. Che poi, se ci pensate, è proprio questo il lascito del berlusconismo: borrare, cancellare una coscienza civile critica e dividere la società in modo manicheo. Dove ci sono i buoni e i cattivi, le zoccole e le sante, i liberali e i comunisti, gli uomini del fare e quelli del parlare, il babaglino e Sabina Guzzanti, i Vespa e i Santoro. Nessuno è riuscito dividere cosi’ tanto, quasi antropologicamente, la società italiana negli ultimi anni, a trasformare la popolazione in chi ama il Silvio e sarebbe disposto a fare una colletta per pagargli la somma che Fininvest deve a CIR (tutto vero, ahimè, tutto vero!!! ma ci rendiamo conto che mostri?) e in chi lo odia, lo vorrebbe appendere per i coglioni a Piazzale Loreto. Lui, intanto, se la ride. E Repubblica, secondo me, c’è cascata, purtroppo, piegata a una deriva moraleggiante che dopo un po’, francamente, stanca. Una deriva moraleggiante che condanna il Corriere della Sera quando la campagna di Scalfari&C è stata fatta proprio con le notizie di via Solferino. Facendo l’amore con Di Pietro,poi, Repubblica si condanna all’eccessiva politicizzazione. Una politicizzazione, ahimè, destinata a rimanere minoranza."

Non credo che l'attuale situazione italiana derivi tutta da Di Pietro, ma credo che Luca colpisca nel segno quando dice che la società italiana è attraversata da una frattura insanabile.

Un vecchio slogan mafioso diceva "Non vedo, non sento, non parlo". Un motto vergognoso che in Italia siamo riusciti persino a peggiorare. Oggi infatti credo che tutti noi abbiamo fatto nostro il motto "Non vedo, non sento, ma parlo". Siamo chiusi al confronto, alla dialettica, siamo barricati dietro le nostre convinzioni, ci schieriamo da una parte o dall'altra senza possibilità di stare nel mezzo, abbiamo rinunciato alla possibilità di un confronto dialettico, che può essere anche acceso, per lasciare spazio all'invettiva se non all'insulto.

Tutti parlano, nessuno ascolta.

E tornando ai giornali mi viene in mente un altro proverbio popolare: "Dimmi cosa leggi e ti dirò chi sei".

Se leggi "Il Giornale" sei berlusconiano, evasore di tasse, un bugiardo, un criminale, un ricco sfondato, un puttaniere, un papalino, un corrotto e corruttore, un quasi analfabeta, fan di Feltri.

Se leggi "La Repubblica" sei un comunista, fannullone, farabutto, protetto dai giudici, un moralista, un doppiopesista, un buon predicatore ma pessimo razzolatore, firmatore d'appelli, manifestante senza causa, fan di Santoro.

Steccati. Agli occhi degli altri siamo tutti classificati e schierati: con me o contro di me.
Nulla sfugge alla catalogazione. Si pensi alla vicenda del giudice Mesiano.
Per una parte è una toga rossa, fustigatore delle ricchezza di Berlusconi, un tipo stravagante promosso dopo aver emesso la sentenza contraria al premier e quindi per meriti politici.
Per l'altra parte una vittima del sistema mediatico controllato da Berlusconi, già mito, martire, bandiera da sventolare come un calzino turchese.

Nulla e nessuno sfuggono alla catalogazione. E se qualcuno lo fa è subito accusato di doppio-giochismo, di manovre losche. Penso all'associazione di Fini FareFuturo che propone l'insegnamento dell'Islam nelle scuole o il voto agli immigrati.
E voi? Con chi state? Come vi cataloghiamo?

A 19marzo09 piacerebbe un mondo come quello descritto da Giovanni De Mauro sull'"Internazionale" di questa settimana e che ha segnalato Brunella:

"Il direttore del Corriere della Sera ha ragione quando scrive che i giornali non sono un partito, ma non per questo dev’essere accusato di stare dalla parte di Berlusconi. Il fondatore di Repubblica ha ragione quando dice che certe volte bisogna schierarsi, ma non per questo dev’essere accusato di volere il sangue degli avversari. I due più importanti quotidiani nazionali hanno grandi responsabilità nell’imbarbarimento del confronto politico, ma chi lo dice non dovrebbe essere rimproverato di voler mettere il bavaglio ai giornalisti. La stampa straniera ha ragione quando si stupisce che gli italiani votano ancora per il centrodestra, ma non per questo dev’essere accusata di voler sputtanare l’Italia. A volte però anche la stampa straniera usa pigri stereotipi per parlare dell’Italia, e se lo si fa notare non per questo si può essere definiti campanilisti. Perfino Berlusconi ha ragione quando afferma che non ha più di fronte una vera opposizione, e riconoscere che ha ragione non significa essere voltagabbana o disfattisti. In poche parole, dovrebbe essere possibile continuare a ragionare sui fatti senza per questo essere inchiodati a una tesi o alla sua antitesi".

Bello. Molto bello, ma chi è disposto a sacrificare parte dei propri convincimenti per mettersi in gioco?

Diffido sempre da chi ha la Ragione. O anche solo se crede di averla. Figuratevi il disagio che 19marzo09 prova di questi tempi che tutti credono di averla in maniera totale ed esclusiva.

Finisco tornando al giornalismo. Comincio molto spesso la giornata leggendo "Buongiorno", la rubrica di Massimo Gramellini su "La Stampa". Nel decennale della nascita l'autore ha scritto queste parole:

"Quelli che «certo che voi comunisti, se non aveste Berlusconi da sfottere, non sapreste cosa scrivere»: li perdono.
Quelli che «va bene che lei sta con Berlusconi, ma ogni tanto potrebbe sforzarsi di trattare bene la sinistra»: li perdono".

Mi piace cominciare la giornata leggendo una persona che scrive semplicemente quello che pensa senza poter essere catalogato.
Anche a 19marzo09 piacerebbe un giorno poter scrivere senza che il lettore si chieda da che parte sta; vorrebbe poter leggere senza chiedersi chi scrive da che parte sta; vorrebbe poter ascoltare senza chiedersi chi parla da che parte sta; vorrebbe poter parlare senza che il suo interlocutore si chieda da che parte sta.


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lunedì 19 ottobre 2009

Giornalismo militante (prima puntata)

Questo post è più difficile da scrivere rispetto agli altri. Perché tradisce quella che molto presuntuosamente ho definito “linea editoriale” del blog. Ma se in questo post esplicito un mio punto di vista è solo per partecipare a un dibattito su modi diversi di interpretare il giornalismo e spero che questo intervento lo alimenti.

La casella di posta elettronica di 19marzo09 si è riempita di mail di altri colleghi della scuola di giornalismo che dibattevano su “La Repubblica” e sul giornalismo in generale.

"Noi lo sappiamo che Repubblica ha bucato le notizie di questi mesi su Silvio (più o meno tutte !!!) e che ha fatto solo campagna moral-inquisitoria. Noi lo sappiamo che un quotidiano che sia degno di questo nome non chiede la testa di nessuno. Noi lo sappiamo che le notizie sono notizie e basta, che i lettori debbono formarsi opinioni ed agire in base alle notizie. Noi lo sappiamo, vero?... Non si salvano più, sono un partito. Neanche se nonno Scalfari (ave oh maestro .... fino a quando non ha compiuto 129 anni) va a Villa Ada a giocare a bocce. Neanche se Mauro torna a dirigere le poste di Albano Laziale. Neanche se De Benedetti vende a Murdoch, non si salvano sul piano etico, proprio quella sfera a loro tanto cara...che buffi. Che Boffo. Che baffi. Che beffa."

Scrive Giorgio. E concorda Alberto, che però fa un distinguo:

"Non condivido di considerare il Corriere la bibbia del giornalismo perché anche Ferruccio de Bortoli ha i suoi simpatici scheletrini. Fondamentalmente non c'è la bibbia del giornalismo, tanto che per bilanciare la copia di Repubblica, che gentilmente mi forniscono, ho cominciato a prelevare dalla mazzetta anche “il Giornale”. Sì, “Il Giornale”. Che intendo dire con questo? Fortunato chi ha la possibilità di leggere molto, meglio tutto, e farsi un'idea di quanto accade. Repubblica ha i suoi punti di forza tanto quanto il Corriere e tanto quanto il Corriere ha i suoi buchi neri. Insomma sì a discutere delle fregnacce e forzature fatte da Repubblica e delle notizie portate dal Corriere da quest'estate a oggi. No a considerare via Solferino come la Fonte Unica dove abbeverarsi di notizie altissime, purissime e levissime."

Ogni buon giornalista dovrebbe chiedersi quale sia il ruolo del giornalista nella società, il risvolto che potrebbero avere le proprie azioni durante tutta la propria vita professionale. E’ ancora più giusto che lo facciano persone nel pieno della propria preparazione.

Sul dibattito su Repubblica dico la mia. Credo che Repubblica non stia diventando un partito, ma lo sia sempre stato. Ne avevo già scritto in un altro post riportando scritti dell’attuale direttore e del padre fondatore.

Credo che l’evoluzione di Repubblica-partito sia più evidente in questa fase storica per un motivo ben preciso: la debolezza dell’opposizione parlamentare.
Questo pensiero trova conferma in un editoriale di Curzio Maltese, uno dei più apprezzati opinionisti, che il 4 ottobre scorso, scrive:

“Non sappiamo se l' opinione pubblica è davvero e ancora «una forza superiore a quella dei governi», come scriveva Saint Simon agli albori della democrazia. Nell' Italia di oggi è in ogni caso una forza superiore a quella di un' opposizione politica divisa, confusa e a giudicare dagli ultimi voti parlamentari anche distratta. Il potere ne è consapevole e infatti gli attacchi agli organi d' informazione in questi mesi hanno raggiunto toni mai toccati dalla polemica politica”.

L’opinione pubblica a cui fa riferimento Maltese è chiaramente identificabile: quella che compra e legge “La Repubblica”, scende in piazza dopo la chiamata a raccolta del Gruppo editoriale L’Espresso”, firma gli appelli sul sito di Repubblica, etc. E gli attacchi del premier contro Repubblica significano che i suoi avversari "siamo noi" e non sono in Parlamento. “La Repubblica” è più forte del Pd. E’ il pensiero di Maltese.

Di fronte a questa situazione, da giovane giornalista-apprendista, mi chiedo: è questo il ruolo che un giornale deve svolgere in un Paese con una democrazia avanzata? E’ positiva questo livello così elevato di commistione politico-editoriale? Possibile che per capire lo stato di salute di una parte politica bisogna rivolgersi allo stato di salute di certi giornali?

Perché dico questo? La debolezza del Pd è inversamente proporzionale all’intraprendenza di “La Repubblica”. Ma mentre il primo perde voti, la seconda diminuisce le copie vendute, sintomo di una debolezza culturale nel Paese delle idee a cui fanno riferimento entrambi.
La sinistra esce dal Parlamento, fa un congresso e (toh!) si divide, e oltre a “il manifesto” e “Liberazione” arriva nelle edicole “L’Altro”, diretto da Sansonetti e che va a braccetto con “Sinistra e Libertà”. “L’Altro” rispecchia talmente bene la situazione della sinistra che poco tempo fa due redattori hanno lasciato il giornale in polemica con alcune scelte editoriali. Una scissione, praticamente. Per dar voce all’opposizione in stile Di Pietro, nasce infine “Il Fatto Quotidiano”. Come descrivere il giornale diretto da Padellaro? Che la magistratura e le indagini giudiziarie stanno al “Fatto” come Berlusconi sta a Repubblica: senza l’uno non esisterebbe il giornale. Ma il debutto è un successo, infatti Di Pietro gode di ottima salute elettorale.

A destra Feltri fa da guida a un giornalismo militante al servizio di chi paga (nel senso di padrone del giornale). Il servizio sul giudice Mesiano andato in onda sul Canale 5 non merita giudizi.

Questo a riprova che “chi è senza peccato……”.

Detto ciò, mi chiedo (e lo chiedo anche ai miei colleghi futuri giornalisti) a chi piace questo giornalismo militante? Che differenza c’è tra Repubblica che cerca di convincerci che se un premier va a letto con delle mignotte è ricattabile e Canale5 che ci dice che uno che fuma passeggiando in attesa del barbiere si comporta in modo stravagante? Chi di voi vorrà entrare in una redazione con tesi preconfezionate da dimostrare invece che fatti da raccontare?

(continua…)



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lunedì 12 ottobre 2009

Giornalismo d'oggi

Penso che per un lettore di giornale non ci sia nulla di più insopportabile di leggere articoli che attaccano o polemizzano con altri giornali o colleghi (di chi scrive). Credo questo per una serie di motivi.

Primo: le persone interessate a questo tipo di polemiche sono molto poche. Se aggiungiamo il fatto che i lettori di giornali sono un'esigua minoranza della popolazione italiana, stiamo parlando di una minoranza della minoranza che legge questo tipo di articoli. Quindi destinare questi spazi al racconto di notizie o commenti sui fatti sarebbe più proficuo. Se non si hanno fatti da raccontare o idee, si può sempre vendere lo spazio alla pubblicità. In tempi di crisi dell'editoria rivolgersi alla minoranza della minoranza dei lettori non è una buona scelta.

Secondo: tranne gli addetti ai lavori (e quindi sempre all'interno dell'autoreferenzialità), quasi la totalità dei lettori legge un unico giornale. Quindi nei botta&risposta tra i polemisti, il lettore avrà una visione parziale poichè non leggerà la risposta sull'altro giornale. Oppure avrà una visione distorta poichè saprà della risposta attraverso l'articolo di contro-risposta, dove saranno riportate le parole che più fanno comodo per la polemica o verranno riportate in modo poco veritiero.

Questo post vuole solo riportare, per intero, l'ultima polemica giornalistica. Protagonisti
Ferruccio De Bortoli, direttore del "Corriere della Sera", e Eugenio Scalfari, fondatore di "La Repubblica".

Tutto è iniziato dalle parole del premier, Silvio Berlusconi, durante la conferenza stampa al termine dell'ultimo Consiglio dei Ministri, il 9 ottobre scorso:

"Il Corriere della sera è passato da essere un buon foglio della borghesia italiana a un foglio della sinistra".

Il giorno dopo il direttore del quotidiano di via Solferino scrive un editoriale dal titolo "Le critiche al Corriere. Una risposta".

"Non sappiamo che cos’abbia spinto il premier a criticare ieri il Corriere ...Forse abbiamo un unico grande torto. Siamo un giornale che ragiona con la propria testa, lungo il solco liberale della sua tradizione. Un quotidiano che si ostina a coltivare la propria indipendenza...Il Corriere non veste alcuna divisa e non indossa nessun elmetto. Si è ben guardato, in questi mesi, dall’assecondare la campagna scatenata contro il premier, con vasta eco all’estero, dai suoi nemici, politici ed editoriali, e da tutti quelli che hanno ridotto l’opposizione allo sguardo insistito nella sua vita privata. Dimenticando tutto il resto...Certo le notizie non le abbiamo mai nascoste. Mai. Ma neanche strumentalizzate e piegate alle esigenze di parte, come accade in quasi tutto il panorama editoriale". Scrive De Bortoli (invito ad andare sul link per leggere tutto l'articolo).

Il giorno dopo, domenica, dalle pagine di "La Reppubblica", interviene Scalfari con il suo consueto sermone domenicale e, riferendosi a De Bortoli, scrive:

"Cita tutti gli articoli recenti da lui pubblicati che hanno sostenuto il governo e le sue ragioni; rivendica di non aver mai partecipato a campagne di stampa faziose, condotte da gruppi editoriali che vogliono pregiudizialmente mettere il governo in difficoltà con argomenti risibili; ricorda di aver approvato la politica economica e sociale del governo, la sua efficienza operativa, la sua politica estera; ammette di averlo criticato solo quando è stato troppo duro con la Corte costituzionale e con il Capo dello Stato; auspica una tregua generale tra le istituzioni; riconosce al presidente del Consiglio l' attenuante di essere perseguitato in modo inconsueto dalla magistratura...Mi procura sincero dolore un giornale liberale ridotto a pietire un riconoscimento al merito dal peggior governo degli ultimi centocinquanta anni di storia patria, Mussolini escluso... Ma addirittura accusare noi d' una nefasta faziosità rivendicando a proprio favore titoli di merito verso il governo, questo è un doppio salto mortale che da te e dal tuo giornale francamente non mi aspettavo".

Oggi De Bortoli sente il bisogno di una controrisposta scrivendo un pezzo dal titolo "Un'informazione libera e corretta":

"Un giornale non è un par tito. L’informazione è corret ta se fornisce al lettore tutti gli elementi necessari per formarsi, in piena libertà e senza condizionamenti, un’opinione. Non lo è quan do amplifica o sottostima una notizia chiedendosi pri ma se giova o no alla pro pria parte o al proprio pa­drone. Ed è quello che sta accadendo oggi: i fatti non sono più separati dalle opi nioni. Sono al servizio delle opinioni. I lettori rischiano di essere inconsapevolmen te arruolati in due trincee, dalle quali si danno vita a campagne stampa e raccol te di firme".

E sempre oggi, a pagina 12, risponde direttamente a Scalfari il cui editoriale, scrive il direttore del "Corriere", è stato ingiusto e insultante":

"Scalfari ha letto la mia risposta di venerdì alle accuse del premier, manipolando le mie parole a suo uso e consumo. Lo considero profondamente scorretto. Il paradosso di tutta questa vicenda è che Repubblica ha fatto la sua campagna contro il premier con le notizie pubblicate… dal Corriere . Scalfari tenta di delegittimarmi moralmente perché non abbiamo seguito il suo giornale, querelato dal premier, e non siamo scesi in piazza sotto le bandiere di un partito o di un sindacato...Ma dov’erano lui e il suo giornale quando gli avvocati di Berlusconi, Ghedini e Pecorella (da me chiamati avvocaticchi per le leggi ad personam e per questo condannato) mi citarono in giudizio? E dov’erano lui e il suo giornale quando D’Alema, allora al potere, se la prese con noi fino a proporre la mia cacciata dall’Ordine dei giornalisti? Li ho forse accusati, in quelle occasioni, di essersi accucciati al potere di turno? No, rispettai il loro ruolo, anche se di spettatori. Interessati. Devo andare avanti?"

19marzo09 si è limitato a riportare la cronologia degli eventi e i link degli articoli. Quelli riportati sono spezzoni che 19marzo09 reputa importanti, ma è comunque necessario leggere l'originale cliccando sul link.

Così ognuno potrà verificare in prima persona se le parole riportate da Scalfari sono presenti nel primo articolo di De Bortoli. E se De Bortoli descrive effettivamente il suo giornale oppure le sue parole si riferiscono a un giornale immaginario.

A voi il giudizio.







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martedì 8 settembre 2009

Firme false (come a scuola)

Il posto più sicuro dove nascondere un diamante è nell'acquario. Lì sotto gli occhi di tutti. Palese. Talmente evidente che nessuno ci cerca mai.

Così a volte per fare un colpo giornalistico basta cercare vicino vicino. A un palmo dal naso. E a volte si è pure gli unici a farlo. Così ha fatto Cristiano Gatti, che su "Il Giornale" di oggi racconta come "La Repubblica" è riuscita in poco tempo a raggiungere le 280mila adesioni al proprio appello per la libertà di stampa. Topo Gigio (firma numero 259.964), Silvio Berlusconi (n. 261.814), eppoio Emilio Fede, Maradona, Cuba Libre........

No, non andate a cercarle. Sono state tutte rimosse. Ma la burla non è finita. Stamattina (ore 12) la firma numero 286.058 era di Andrej Kojmaski. In più, due Roberto Lovaglio, Carlito "Charlie" Brigante, Simone Pasotti, Luisa Menegazzo, addirittura tre Sandro Pasotti. Ma i casi sono numerosisimi. Segnare i numeri è inutile perchè sono in continua evoluzione e forse il giornale sta cancellando qualche doppione o qualche firma-burla.

Ognuno ha il giudizio che ritiene più giusto sull'appello, sulle posizioni di "La Repubblica" nei confronti di Berlusconi e su quelle di Berlusconi sulla stampa.

Le cose ridicole, invece, sono cose ridicole.


Ps: in chiusura di post si sono aggiunti Massimo Moratti e Sandro Mazzola. Tutto è possibile...

Pss: il post è in continua evoluzione. Sul sito di "La Repubblica" è apparsa questa risposta all'articolo de "Il Giornale".


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giovedì 16 luglio 2009

La realtà e i desideri (de "La Repubblica")

Chi ha aperto oggi il sito di Repubblica, probabilmente ha pensato che Berlusconi ne avesse detta un'altra delle sue. "Ho fatto il miracolo", era il titolo che il sito aveva per la notizia sulla 17esima vista del premier nei luoghi del terremoto.


Berlusconi, girando tra i cantieri di Onna, si compiaceva della rapidità con cui i lavori avanzano e, fermato dai giornalisti, ha rilasciato parecchie dichiarazioni tra le quali: "E' quasi un miracolo che tre mesi dopo il terremoto le case arrivino già al tetto" (il tutto si può riascoltare sul sito del Tg1 nell'edsizione delle 13.30 di oggi).


Il titolo che il sito ha riportato è totalmente fuorviante e, anche se si addice perfettamente al personaggio, falso.

Ora, è vero che probabilmente Berlusconi alludesse a se stesso come autore del miracolo e non qualche entità soprannaturale (il personaggio lo conosciamo), ma quelle riportate non sono parole che ha pronunciato. "La Repubblica" si rivela, come spesso ultimamente, un giornale inaffidabile. Scambiare la realtà con i propri desideri è uno degli errori più gravi che una testata possa fare.

Il gruppo su facebook "Per una nuova La Repubblica" rimane aperto. E da oggi c'è un motivo in più per sostenerlo.






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giovedì 25 giugno 2009

Doppia morale (su B.)


Oggi "Il Giornale" pubblica una vecchia intervista del direttore di "La Repubblica", Ezio Mauro, all'Avv. Agnelli ai tempi del Sexgate Clinton-Lewisky. L'ho trovata on line e la linko.

http://www.repubblica.it/online/fatti/clintrapp/agnelli/agnelli.html?ref=search

Come è consuetudine di questo blog, non si vuole convincere nessuno, al contrario magari iniziare un dibattito tra idee contrapposte.

La situazione di Clinton e della Lewinsky è molto diversa dal sexygate nostrano di questi giorni (da noi si indaga per presunti reati penali, lì mi sembra di no), così come non sono uguali il contesto socio-culturale e politico statunitense e italiano. Le parole che sta per scrivere 19marzo09 partono da questa situazione, ma possono essere allargate a tante altre.

"Non le sembra assurdo che l'America distrugga la sua leadership per uno scandalo sessuale, in un momento di forte consenso per il Presidente, con l'economia che va bene?", chiedeva in tono retorico Ezio Mauro al l'Avvocato. "Il Giornale", avversario editoriale di "Repubblica" (e anche, e forse soprattutto "politico") sottolinea la "doppia morale" del giornale del Gruppo Espresso, oggi protagonista della campagna contro il premier.

Ripeto le situazioni sono diverse, ma una "doppia morale" anche 19marzo09 la nota. "Repubblica" era libertina e si scopre bacchettona, era assulotoria mentre oggi è inquisitoria, chiedeva agli intervistati "E' qualcosa che serve ad emozionare la gente più che a informare i cittadini?" ora si scandalizza dei silenzi del Tg1.

Quello della "doppia morale" è un costume caratteristico dell'Italia, dei due schieramenti politici, della società e anche dei mezzi di informazione. Garantisti se si è indagati, giustizialisti se sul banco degli imputati ci sono gli avversari; libertini se si è baccati con le braghe calate, bigotti se è l'altro ad essere beccato con le mani in pasta; proporzionalisti o maggioritari a seconda delle convenienze. Si può dire che 19marzo09 è giovane e idealista, ancora non sa che la vita può mettere di fronte a situazioni in cui si deve essere scaltri, opportunisti, calcolatori. 19marzo09 risponde che è il contrario. E' disilluso e molto pragmatico. Avere una posizione chiara e possibilmente coerente nel tempo aiuta a non prestare il fianco agli avversari.

PS: La morale è semplicemente l'atteggiamento che assumiamo con le persone che non ci piacciono", O. Wilde.




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martedì 16 giugno 2009

Per una nuova "La Repubblica"

"La Repubblica" partito politico o no. Non è questo il problema. Il post precedente aveva solo la funzione di dimostrare che la formula giornale-partito non è un'invenzione, ma è stata un'idea ben presente al suo fondatore e all'attuale direttore.

Ma andiamo in ordine, 19marzo09, a differenza di Repubblica, è nato per informare sui quei piccoli fatti che non trovano spazio nei grandi media, per sollevare temi di dibattito e a volte per proporre idee personali, senza cercare mai di pretendere di "contribuire alla formazione d’un modo di sentire, di comportarsi; [...] educare civilmente e culturalmente i suoi lettori, orientarne le scelte", come scrive Scalfari.

Ogni giornale è libero di adottare la linea editoriale che crede più giusta, sostenerla tenacemente, portarla avanti ad oltranza.

Il punto vero è che ormai da troppio tempo "la Repubblica" è un giornale totalmente appiattito sulle solite posizioni, accecata da un anti-berlusconismo anacronistico, appoggiato negli ultimi anni ad un partito forse mai nato.

La richiesta delle dimissioni del direttore, Ezio Mauro, è solo una provocazione. Il punto vero è che "la Repubblica" avrebbe bisogno, modestissimo parere, di un rinnovamento profondo, una spinta nuova, un cambiamento di mentalità.

Da qui parte anche l'apertura di un gruppo su Facebook, "Per una nuova Repubblica", al quale spero aderisacano in molti. Scopo sarà quello di misurare il "dissenso" nei confronti di questo giornale che un tempo era arrivato a superare nelle vendite il "Corriere", conoscere le opinioni dei lettori, discutere con gli appassionati di giornalismo. Questo è il link http://www.facebook.com/home.php?ref=home#/group.php?gid=95034226177
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sabato 13 giugno 2009

Prima "Repubblica"

E' un pò di giorni che mi frulla in testa. Ne sono convinto, ma a tutti coloro che ne parlo sembra un'idea fuori di testa. "Repubblica" è un partito politico. Certo, molte delle definizioni date dai politilogi mi smentiscono immediatamente. Se seguissimo la definizione di Sartori ("un partito è un qualsiasi gruppo politico identificato da un'etichetta ufficiale che si presenta alle elezioni ed è capace di collocare attraverso le elezioni candidati alle cariche pubbliche"), per esempio, si potrebbe dire che mai su nessuna scheda elettorale è apparso il logo di Repubblica. Senza voler convincere nessuno riporto qui qualche frase presa dal libro-speciale che ha fatto proprio Repubblica due anni fa in occasione del suo 30° anniversario.

"Mi si chiederà quale fosse e quale sia questo progetto del quale tanto si è parlato e tanto ancora si parla al punto di far dire a molti nostri sostenitori a anche a molti nostri critici che Repubblica è un partito. O meglio un giornale-partito. O se volete, un partito sotto forma di giornale.
Ebbene, in un certo senso è vero proprio perchè siamo nati all’insegna di quel famoso progetto condiviso. Che però, nel caso d’un giornale non è e non può essere, come accade per un partito, la conquista del potere. Un grande giornale può avere influenza sull’opinione pubblica. Può contribuire alla formazione d’un modo di sentire, di comportarsi; può educare civilmente e culturalmente i suoi lettori, orientarne le scelte. Subirne a sua volta lo stimolo ed esprimerne le volontà".


"Veniamo al dunque: noi volevamo e vogliamo tuttora contribuire alla formazione di un Paese attento e partecipe di valori come l’innovazione, l’efficienza, la moralità pubblica, la solidarietà civile e sociale, l’eguaglianza dei punti di partenza, lo stato di diritto, la laicità, la costruzione dell’Europa, il mercato e le regole che lo disciplinano. Il tutto animato dallo spirito di libertà. E’ chiaro che si tratta d’un progetto culturale, etico-politico. "
Eugenio Scalfari

"Il nostro quotidiano è nato per informare e per orientare i lettori-cittadini, perchè così ha voluto il genio giornalistico Eugenio Scalfari: orientare semplicemente fornendo tutti gli elementi della conoscenza e dell’intelligenza dei fatti, con l’esercizio in più del dovere di prendere posizione, spiegando ogni volta qual è l’opinione del giornale".

"Quando qualcuno in questi trent’anni ha ripetuto la formula vecchia e intellettualmente pigra del giornale-partito, ho sempre risposto che in realtà Repubblica è molto di meno e qualcosa di più, dunque è totalmente un’altra. Di meno perchè è un giornale che ha al primo posto il dovere di informare, e non pensa a interferire con l’autonomia della politica, cui spetta in una società democratica stare a capotavola, tenere il mazzo, distribuire le carte, disciplinando lo scontro e il confronto tra gli interessi legittimamente in campo con l’interesse generale. Di più, perchè il giornale ha la possibilità di prendere posizione quotidianamente su tutte le vicende degne di essere analizzate, e può farlo in modo trasparente e libero, senza rispondere a verità precostituite, appesantimenti ideologici, linee politiche".

"C’è un sentimento di appartenenza fortissimo e probabilmente unico, tra questo giornale e il suo pubblico, con una partecipazione molto alta in ogni momento cruciale della vita nazionale, in ogni momento topico della vita del giornale. Il risultato è una capacità di influenza reciproca in uno scambio continuo e alla pari, che alla fine è una testimonianza di identità e persino di rappresentanza, nel senso generoso, gratuito e appassionato in cui questa funzione di rappresentanza può essere svolta da un giornale".
Ezio Mauro

Infine per agginungere un altro elemento, riporto qui ciò che scrive Paolo Murialdi l'autore di "Storia del giornalismo italiano", il libro in cui nelle Università italiane si studia la materia:

"La nascita de “Il Giornale “ di Montanelli e de "La Repubblica" di Scalfari, al di là delle contrapposte articolazioni politiche va vista in questo contesto. Queste due testate segnano l’accrescimento della funzione di intervento politico e di orientamento che ha sempre caratterizzato i quotidiani di informazione."

giovedì 11 giugno 2009

Berselli...Berselli............

Continua la mia piccola provocazione. Dato che Repubblica aveva appoggiato indistintamente la candidatura del PD, se questo avesse fallito nelle urne, il direttore avrebbe dovuto dimettersi. Dopo la risposta di Antonello Caporale, di cui aspettiamo dei chiarimenti, ho interrogato anche Edmondo Berselli. E' stato di poche parole e ritenere la risposta esaustiva sarebbe assai generoso (come pretendere risposte dagli altri, se per primi non rispondiamo noi?). Ha detto:

Un giornale è un giornale, non un partito. Se sbaglia la linea politica lo si giudica sulle copie, non sui voti.

Ribadisco che non definire Repubblica un partito politico mi risulta difficile. Ma andiamo avanti. Ho seguito l'indicazione di Berselli e sono andato a vedere la diffusione dei giornali italiani (che si misura attraverso la somma delle copie vendute, in edicola, su abbonamento o in blocco, e di quelle distribuite gratuitamente).

Aprile 2008 (quando ci sono state le elezioni politiche):
  • Repubblica 617.155 copie
  • Corriere 656.996
  • La Stampa 311.559

Febbraio 2009 (dati più recenti che ho trovato):

  • Reppublica 532.263 copie
  • Corriere 608.778
  • La Stampa 309.385

Si dirà che un calo è fisiologica nell'era dela crisi della stampa. Fatto sta che Repubblica è il quotidiano che perde più copie (-84.892). Il Corriere (-48.218) tiene bene e ancora meglio fa la Stampa, che ne perde solo 2.000. E le copie gratuite, che il Corriere distribuisce in maggior quantità, non giustificano il divario.

Quella di 19marzo09.blogspot.com era una provocazione e tale rimane, ma riflettere fa sempre bene. Magari anche prima di rispondere a un semplice blogger.

mercoledì 10 giugno 2009

Dialoghi

Avevo lanciato nei giorni scorsi una provocazione: dato che Repubblica aveva appoggiato indistintamente la candidatura del PD, se questo avesse fallito nelle urne, il direttore avrebbe dovuto dimettersi.
Il PD ha fallito. Ha perso il 7% rispetto alle scorse politiche. Penso sia una batosta e che dire "Si pensava peggio" non sia nè consolante nè sia un atteggiamento costruttivo. Ho iniziato a raccogliere dei pareri sulla mia provoazione. Tramite Facebook ho chiesto il parere di Antonello Caporale. Riporto qui fedelmente la mia domanda, la sua risposta e un secondo mio appunto. Se mi risponderà ancora terrò aggiornati i lettori di 19marzo09.blogspot.com.



Gentile signore Caporale, sono uno studente dell'Ifg di Urbino. Ci siamo conosciuti qualche mese fa. Volevo farle una domanda. LE scrivo appositamente a poche ore dalla chiusura delle urne. Ho letto su Repubblica tre articoli che invitavano a non astenersi e a votare per il PD (Scalfari, D'Avanzo e Serra) e probabilmente qualcuno mi è sfuggito. Ora se il Pd alle elezioni europee non dovesse raccoglier i voti che ci si aspetta non crede che il direttore di repubblica debba dimettersi per il fallimento della propria linea editoriale?Ps Penso che la foto pubblicata oggi a pagina 2 con un elettrice che indica il simbolo del PD sia veramente ridicola.La ringrazio per l'attenzione.Francesco Ciaraffo



caro francesco,scusa del ritardo col quale ti rispondo. Mi poni una domanda di un qualche rilievo. Ti espongo le mie considerazioni: il giornalismo deve prendere parte alla vita politica e civile, deve esprimere le sue passioni, fare le sue scelte. Questo alimenta un rapporto trasparente e motivato col lettore, tu sai qual è il mio pensiero e hai ogni giorno modo di verificarne la congruenza.Prendere parte non significa perdere l'indipendenza. Un giornalismo indipendente può motivatamente sostenere questa o quella posizione politica. Non deve, se vuole rimanere tale, assumere una connotazione faziosa, dunque piegare gli eventi al solo scopo di mostrare la sua tesi. Come sai il giornalismo purtroppo può nascondere la realtà, o anche spacciare il vero per falso, o - addirittura - procedere al contrario.Veniamo a Repubblica. La direzione di questo giornale ha deciso, com'è suo diritto (E DOVERE), di promuovere una campagna di stampa contro il premier su un evento che io giudico non secondario, non gossiparo, ma decisivo invece. Ha fatto il suo dovere, era ed è secondo me giusto farlo.Se però valuti che il direttore debba condizionare la sua sorte professionale dall'esito delle urne, allora la tua valutazione prescinde dal merito giornalistico e prefigura per repubblica lo status di un partito politico.Non condivido affatto. Il direttore ha la responsabilità di ciò che pubblica e, se si prova la sua malafade o peggio, occultamento, omissioni, falsità, egli ha l'obbligo di trarne le conseguenze. Se l'indipendenza può essere tutelata anche da una posizione dichiaratamente di parte, la faziosità non deve trovare modo di esprimersi. E nemmeno ogni sua versione subliminale, come quella foto che tu opportunamente segnali.Ciao Antonello



La ringrazio per l'attenzione, ma mi permetta di farle qualche appunto. Le mie considerazioni non sono sulla campagna di stampa di Repubblica contro il premier sulla quale mi trovo pienamente d'accordo con lei, ma sugli articoli di Serra, D'Avanzo e Scalfari in cui si invitava a non astenersi e a votare per un preciso partito politico. E' una cosa diversa. Sono d'accordo con le sue parole: " Un giornalismo indipendente può motivatamente sostenere questa o quella posizione politica". Lei mi insegna come i giornali americani a inizio campagna elettorale abbraccino la causa di uno dei due partiti maggiori continuando poi a fare il loro mestiere liberamente. Ma qui siamo ben lontani dall'endorsement statunitense. Penso che un direttore che abbracci la linea politica di un partito (e mi scusi ma, come lei saprà, Repubblica non è lontana da uno status di "partito politico") risultato poi sconfitto alle urne dovrebbe rassegnare le dimissioni. Sarei molto felice se rispondesse anche a questi miei appunti e la ringrazio di nuovo per l'attenzione che mi ha dedicato. Inoltre mi permetto di pubblicare la sua risposta sul mio blog: www.19marzo09.blogspot. com.

venerdì 5 giugno 2009

Varie (ed eventuali)

Qualche spunto dai giornali sfogliati oggi e da qualche pagina web.

Cominciamo dall'attualità. Il quotidiano spagnolo "Il Pais" ha pubblicato le foto del nostro Primo Ministro. Si quelle di Villa Certosa. Ai giornali italiani era stato vietato (?). Senza bisogno di prendere l'areo, le foto sono disponibili sul sito.

Nella notte c'è stato un attentanto stile anni '70. E' una definizione che non sopporto, ma il lancio di bottiglie incendiarie alla sede di CasaPound Bologna ricorda molto il rogo di Primavalle del 16 aprile '73, quando morirono i due fratelli Mattei. Fortunatamente stavolta nessuno ci ha rimesso la pelle.

Sempre oggi su "La Repubblica" ennessimo articolo che ci ricorda di andare a votare e di farlo per il PD. Stavolta è Aldo Schiavone che si rivolge "alla ragione dei giovani" per non bloccare quello "straordinario motore di innovazione e cambiamento" che sarebbe la sinistra in Italia.
Ora, se fossi un lettore di Repubblica (e non lo sono) sarei profondamente offeso. Nel giro di pochissimo giorni ho dovuto leggere tre articoli (e probabilmente me ne è sfuggito qualcuno) in cui mi si invita a votare PD. Con quale diritto, chiedo io? Pensa, il direttore di Repubblica, che non sappia fare le mie valutazioni, fare i conti con la mia storia personale, politica? Inoltre qui lancio una provocazione (piccolissima mi rendo conto): dato che Repubblica ha abbracciato così convintamente la candidatura del PD alle elezioni europee, se il PD fallirà, il direttore del giornale dovrebbe dimettersi, perchè la sua linea editoriale è fallita.

Lo strano quadrumviro. La notizia è vecchia, ma dato che i piccoli partiti non hanno molto spazio in tv, magari a qualcuno è sfuggito. "La Destra", il partito di Storace ha stretto alleanza per quest'elezioni Europee con "I Pensionati", l'"Mpa" e nientepopodimenochè l'"Alleanza di centro", il partito di Pionati. Un bel quadretto per colui che si è staccato dal Pdl per farsi portabandiera della destra vera.

Il candidato della Fiamma Tricolore per la Provincia di Rimini , Massimo Pazzaglini, ha espresso una "preghiera". Con questa non ha voluto esprimere uno stato d'animo intimista, anzi l'ha voluta pubblicare su youtube. Un'occhiata gliela darei, fossi in voi. E' qui sotto.

Il video è stato rimosso da You Tube.

giovedì 4 giugno 2009

Caro Michele Serra...

Oggi ho letto un editoriale di Michele Serra su Repubblica che secondo me merita qualche osservazione. Non l'ho trovato sul sito, quindi tenterò un rapido riassunto.

Serra denuncia il rischio di una forte astensione nelle prossime votazioni europee, soprattutto nell'area della sinistra. I motivi in parte sono gli stessi (lotte intestini, leader vecchi e sempre più narcisi, una componente clericale semopre più forte nel partito nel partito), ma in parte nuovi. La novità starebbe nel fatto che chi si appresta a non votare sono persone impegnate fino a poco fa, nel sociale o nel partito stesso, nel sindacato o nelle assemblee di quartiere. E' gente non tanto disgustata, continua Serra, quanto stremata: "scusate, ma non ce la faccio più". Serra sprona poi gli elettori ad andare a votare (inutile che vi dica per chi) elencando tre motivi principali: per porre un freno "al potere smisurato di Berlusconi", il voto è un diritto-dovere da rispettare sempre e comunque e perchè votare è un gesto "estetico e sentimentale".

Ho letto il pezzo in metro e appena arrivato davanti ad un pc ho mandato un'e mail a Serra dicendo che condividevo larga parte dell'articolo, ma secondo me carente in una parte. E gli ho rivolto la seguente domanda: "perchè votare per il PD?". Gli ho anche indicato l'indirizzo di questo blog, sia mai mi risponda proprio qui.