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venerdì 15 gennaio 2010

La Rivoluzione la faccia lei...


Il tema è di moda e va cavalcato. Dopo la lettera di Pier Luigi Celli che invita il figlio a lasciare l'Italia perchè è un Paese che non offre più prospettive, ci pensa un altro Pierluigi a ricordarci che questo "Non è un Paese per giovani".

Pierluigi Battista è uno dei più noti giornalisti italiani. E' stato vicedirettore del "Corriere della Sera" ed è tuttora una delle firme più autorevoli del quotidiano. Ha diretto trasmissioni televisive e scritto diversi libri. Insomma, a 56 anni può dirsi soddisfatto della propria carriera.

Questa settimana ha scritto un articolo su 'Fenomeni', la sua rubrica su "Style", un allegato del Corriere. Il titolo (non troppo originale per la verità) è proprio "Non è un Paese per giovani".

Come riporto già in un precedente post, "Stranezze quotidiane", Battista inizia così: "Non riesco a capire perchè i giovani italiani non abbiano ancora fatto la rivoluzione. No quella finta, posticcia che si inscena stancamente anno dopo anno con le okkupazioni e le parodie sempre più logore di un '68 lontanissimo. No, quella vera: quella contro la fortezza gerontocratica e prepotente che noi ormai anziani abbiamo munito di ponti levatoi per chiudere le porte, impedire l'accesso di forze fresche, monopolizzare tutti i posti a disposizione".

E Battista prosegue: "I giovani dovrebbero fare la rivoluzione contro un sistema ingessato, immobile, accondiscendente con le corporazioni potenti e prepotenti, spietato con il nuovo proletariato anagrafico. [...] Dovrebbero fare la rivoluzione anzichè chiedere in modo petulante che gli anziani diano loro spazio cooptandoli con magnanimità nei loro sinedri. Se lo prendano, lo spazio occupato da chi difende con tenacia inamovibilità la posizione conquistata".


Caro Battista, da un professionista stimato e preparato come lei non mi aspettavo un errore simile. Da quando in qua le ultime ruote del carro hanno fatto la rivoluzione? La rivoluzione vera intendo, proprio come scrive lei. Quando le ultime ruote del carro hanno fatto in modo che certi meccanismi cambiassero o che certe logiche venissero sovvertite? Lei è studioso di storia e dovrebbe sapere meglio di me la risposta: : mai!

Può anche darsi che mi sbagli, e in questo caso la prego di correggermi.

Chi potrebbe fare la rivoluzione, sempre quella vera intendiamoci, sono quei giovani che stanno facendo carriera. Che per bravura diventano capo servizio nelle redazioni dei giornali, diventano responsabili di settori specifici di aziende e società, quei ragazzi che magari riescono a ritagliarsi piccoli ruoli in quel sistema baronale che è l'Università. Quei giovani, insomma, che potremmo definire "quadri intermedi" che stanno scardinando "il sistema ingessato e immobile", come lo definisce lei.

Si, sono loro che potrebbero farla. Loro perchè conoscono quant'è difficile e duro fare strada in un Paese che non è fatto per i giovani, loro che avrebbero tra le mani qualche piccolo strumento per scardinare i portoni sbarrati alle giovani generazioni.

Ma sa perchè non lo fanno? Io un'idea ce l'ho. Perchè con un pò di pazienza quel posto a lungo occupato da chi gli è stato davanti verrà lasciato vuoto. Magari non per moti rivoluzionari, ma per motivi biologici. I vecchi, di norma, muoiono prima dei giovani. E allora il posto sarà occupato da ormai ex-giovani che finalmente potranno accedere a quel sistema di tutele e privilegi di cui fino a quel momento non hanno goduto.

Pensi alla sua categoria e alla sua posizione. Ora pensi alla mia categoria (è la stessa sua) e alla mia posizione. Lei fino al 2009 vice-direttore del più importante quotidiano italiano, io giovane praticante già al terzo stage (non retribuito) e, se sarò bravo e fortunato, entrerò in un giro di precariato che ben conosce. Potrei io far la rivoluzione contro di lei? Suvvia, siamo realisti.

Magari potrei farla qualora diventassi capo-servizio, ma a quel punto, chi me lo farebbe fare? Perchè dovrei rinunciare a quel sistema di tutela e privilegi che le generazioni precedenti alla mia hanno costruito anche nella "casta dei giornalisti"? Chi me lo farebbe fare?

Prenda queste mie righe (volevo scrivere poche, ma in realtà sono diventate troppe) come un piccolo gesto rivoluzionario.

Ps: ho mandato queste righe anche a Pierluigi Battista. Se mi risponderà pubblicherò la sua risposta su questo blog.
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giovedì 14 gennaio 2010

Stranezze quotidiane

Oggi ho trovato un pò di notizie e articoli particolarmente stravaganti. Le segnalo.

Noi che tra le propabili 100.000 vittime del terremoto ci chiediamo se forse (e dico forse) c’è un (e dico un) italiano.

Feltri, direttore de “Il Giornale”, nell’editoriale di oggi rivolge una domanda al premier: “Caro Presidente, che bisogno c’era di parlare di tasse da ridimensionare, ingenerando la sensazione che il taglio fosse dietro l’angolo,e, dopo alcuni giorni, correggere il tiro deludendo le aspettative dei cittadini?” Qualcuno avvisi Feltri che siamo in campagna elettorale.

Carra, cattolico del Pd, lascia il partito per andare con l’Udc di Casini che è in trattativa per creare una coalizione con lo stesso Pd. Io sinceramente non ci sto capendo più un cazzo.



Se Marida Lombardo Pijola scrive su un quotidiano nazionale, anche io ho delle speranze.


“Il Comune di Milano, nella persona del sindaco Letizia Moratti, chiede di costituirsi parte civile nel procedimento a carico di un giovane accusato di aver imbrattato con scritte a vernice spray i pilastri di un edificio in piazza San Babila”. Bene. Quando noi cittadini ci costituiremo parte civile in un processo contro i manifesti elettorali sui muri delle nostre città?

"Non riesco a capire perchè i giovani italiani non abbiano ancora fatto la rivoluzione. No quella finta, posticcia che si inscena stancamente anno dopo anno con le okkupazioni e le parodie sempre più logore di un '68 lontanissimo. No, quella vera: quella contro la fortezza gerontocratica e prepotente che noi ormai anziani abbiamo munito di ponti levatoi per chiudere le porte, impedire l'accesso di forze fresche, monopolizzare tutti i posti a disposizione". Lo scrive Pierluigi Battista su Style di oggi in allegato al "Corriere della Sera". Purtroppo alle sue parole non è seguita una bella lettera di dimissioni. Ma Battista, 56 anni, non ha quello che generalmente si definisce spirito di sopravvivenza? Se i giovani la facessero davvero la rivoluzione, sai dove si ritroverebbe?

Queste sono le mie. Aspetto vostre segnalazioni nello spazio dei commenti.


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martedì 29 dicembre 2009

Amici (e nemici) di Facebook


Ho letto con interesse l'articolo di Maria Laura Rodotà sul "Corriere della Sera" di qualche giorno fa dal titolo "L'amicizia svuotata ai tempi di Facebook". Me lo aveva segnalato anche un mio amico, Luca.

La tesi dell'autrice è comprensibile sin dal titolo. Facebook crea un'area d'incontro virtuale che toglie spazio e tempo agli incontri reali svuotando così di senso le relazioni umane. Penso che il mio amico Luca abbracci totalmente questa tesi.

Personalmente colgo un errore nella'approcciarsi al fenomeno Facebook (errore che trovo sia nell'autrice del Corriere sia sui molti commenti che ho trovato nel web). Molti, quasi tutti, tendono ad assolutizzare questo social network. Facebook male assoluto, Facebook bene assoluto, Facebook creatore di reti sociali, Facebook distruttore di amicizie vere, Facebook ci "costringe all'isolamento delle nostre caverne elettroniche", Facebook una finestra capace di costruire relazioni con il mondo intero.

E se Facebook non fosse nulla di tutto questo?

"L’amicizia al tempo di Facebook: non più una frequentazione continua fatta di serate, discussioni, reciproche consolazioni. Casomai, un dialogo virtuale fatto di battute tra individui che quando va bene si sono visti due volte". Leggendo le prime righe del pezzo della Rodotà mi è venuta in mente ciò che avevo vissuto appena la sera prima.

Il mio pc era acceso e come spesso accade era aperta anche la pagina di Facebook. Rimane aperta per praticamente tutto il tempo in cui è acceso il pc. "Ridotta a icona", come dice il linguaggio del computer. Mi ha contattato un amico sulla chat chiedendomi se volevamo andare al cinema quella sera. Gli ho detto che avrei controllato orari e cinema e gli avrei fatto sapere. Lui è tornato al suo lavoro. Quando io ho finito la mia ricerca l'ho ricontattato e ci siamo dati appuntamento per la sera. Abbiamo visto il film eppoi ci siamo seduti davanti a una birra a commentare la pellicola appena vista, a discutere di politica, a chiacchierare del lavoro e farci confidenze sulle rispettive situazioni sentimentali. Il giorno dopo su Facebook abbiamo postato molti video del film che avevamo visto per far sapere ai nostri amici che lo avevamo apprezzato.

Facebook ha distrutto il mio senso dell'amicizia?

Però la Rodotà coglie un aspetto vero (quello condiviso anche dal mio amico Luca). Ci sono persone che scambiano la piazza virtuale di Facebook per una piazza reale, riempiono la loro solitudine con il tasto "aggiungi un amico".

Ma Facebook è un mezzo e non possiamo prendercela con il mezzo se le persone ne fanno un uso sbagliato. Sarebbe come arrabbiarsi con l'automobile dopo che un pazzo ci è venuto addosso a 150 kmh.

Su questo blog ho trovato un paragone che ritengo molto vero. "Ciascuno di noi aveva agendine scritte a mano con i numeri di telefono ed indirizzi di una miriade di persone: alcune erano amici veri, altri conoscenti occasionali, altri familiari più o meno evitabili o evitati. La rubrica di Facebook funziona nello stesso modo, e se qualcuno pensa che tutti i suoi contatti su Facebook o tutti i numeri che ha nell’agendina scritta a mano siano gli amici del cuore, forse il problema è che lui ha uno strano concetto di “amicizia”, e tende a considerare “amico” chiunque gli rivolga la parola in bus per un secondo e mezzo".

E' vero. Anche io su Facebook ho "solo" 190 amici (191 se la Rodotà mi accetta la richiesta che le ho appena fatto). Molte non le conosco e non le ho mai viste (e forse mai le vedrò), ma attraverso Fb ho rivolto loro domande e ricevuto risposte, mi sono stati segnalati articoli interessanti da leggere e io ho pubblicizzato questo blog nelle loro bacheche. Anni fa non avrei potuto farlo.

Non sono amici. Vogliamo chiamarli contatti? Si, sono d'accordo, sarebbe meglio chiamarli contatti. Ma alla fine che cambierebbe?


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giovedì 22 ottobre 2009

Non sto da nessuna parte

Ma cosa succede se si allarga lo sguardo dal giornalismo alla società? Se invece di parlare della faziosità dei giornali parlassimo della faziosità di noi lettori-cittadini-elettori? Lo sintetizza Luca, che scrive:

"Quello che mi preoccupa è la piega che sta prendendo tutto questo. Come sempre in Italia, una deriva barricadera. Dove una opposizione che urla e si agita, grida al golpe, non fa altro che parlare del letto di Putin, un’opposizione alla Di Pietro insomma, è assolutamente funzionale al governo, ai berluscones, alla radicalizzazione di una situazione che ha una sola vittima, il Paese, sempre più impantanato nelle secche del suo immobilismo, sempre piu’ pieno di gossip e vuoto di politica. Che poi, se ci pensate, è proprio questo il lascito del berlusconismo: borrare, cancellare una coscienza civile critica e dividere la società in modo manicheo. Dove ci sono i buoni e i cattivi, le zoccole e le sante, i liberali e i comunisti, gli uomini del fare e quelli del parlare, il babaglino e Sabina Guzzanti, i Vespa e i Santoro. Nessuno è riuscito dividere cosi’ tanto, quasi antropologicamente, la società italiana negli ultimi anni, a trasformare la popolazione in chi ama il Silvio e sarebbe disposto a fare una colletta per pagargli la somma che Fininvest deve a CIR (tutto vero, ahimè, tutto vero!!! ma ci rendiamo conto che mostri?) e in chi lo odia, lo vorrebbe appendere per i coglioni a Piazzale Loreto. Lui, intanto, se la ride. E Repubblica, secondo me, c’è cascata, purtroppo, piegata a una deriva moraleggiante che dopo un po’, francamente, stanca. Una deriva moraleggiante che condanna il Corriere della Sera quando la campagna di Scalfari&C è stata fatta proprio con le notizie di via Solferino. Facendo l’amore con Di Pietro,poi, Repubblica si condanna all’eccessiva politicizzazione. Una politicizzazione, ahimè, destinata a rimanere minoranza."

Non credo che l'attuale situazione italiana derivi tutta da Di Pietro, ma credo che Luca colpisca nel segno quando dice che la società italiana è attraversata da una frattura insanabile.

Un vecchio slogan mafioso diceva "Non vedo, non sento, non parlo". Un motto vergognoso che in Italia siamo riusciti persino a peggiorare. Oggi infatti credo che tutti noi abbiamo fatto nostro il motto "Non vedo, non sento, ma parlo". Siamo chiusi al confronto, alla dialettica, siamo barricati dietro le nostre convinzioni, ci schieriamo da una parte o dall'altra senza possibilità di stare nel mezzo, abbiamo rinunciato alla possibilità di un confronto dialettico, che può essere anche acceso, per lasciare spazio all'invettiva se non all'insulto.

Tutti parlano, nessuno ascolta.

E tornando ai giornali mi viene in mente un altro proverbio popolare: "Dimmi cosa leggi e ti dirò chi sei".

Se leggi "Il Giornale" sei berlusconiano, evasore di tasse, un bugiardo, un criminale, un ricco sfondato, un puttaniere, un papalino, un corrotto e corruttore, un quasi analfabeta, fan di Feltri.

Se leggi "La Repubblica" sei un comunista, fannullone, farabutto, protetto dai giudici, un moralista, un doppiopesista, un buon predicatore ma pessimo razzolatore, firmatore d'appelli, manifestante senza causa, fan di Santoro.

Steccati. Agli occhi degli altri siamo tutti classificati e schierati: con me o contro di me.
Nulla sfugge alla catalogazione. Si pensi alla vicenda del giudice Mesiano.
Per una parte è una toga rossa, fustigatore delle ricchezza di Berlusconi, un tipo stravagante promosso dopo aver emesso la sentenza contraria al premier e quindi per meriti politici.
Per l'altra parte una vittima del sistema mediatico controllato da Berlusconi, già mito, martire, bandiera da sventolare come un calzino turchese.

Nulla e nessuno sfuggono alla catalogazione. E se qualcuno lo fa è subito accusato di doppio-giochismo, di manovre losche. Penso all'associazione di Fini FareFuturo che propone l'insegnamento dell'Islam nelle scuole o il voto agli immigrati.
E voi? Con chi state? Come vi cataloghiamo?

A 19marzo09 piacerebbe un mondo come quello descritto da Giovanni De Mauro sull'"Internazionale" di questa settimana e che ha segnalato Brunella:

"Il direttore del Corriere della Sera ha ragione quando scrive che i giornali non sono un partito, ma non per questo dev’essere accusato di stare dalla parte di Berlusconi. Il fondatore di Repubblica ha ragione quando dice che certe volte bisogna schierarsi, ma non per questo dev’essere accusato di volere il sangue degli avversari. I due più importanti quotidiani nazionali hanno grandi responsabilità nell’imbarbarimento del confronto politico, ma chi lo dice non dovrebbe essere rimproverato di voler mettere il bavaglio ai giornalisti. La stampa straniera ha ragione quando si stupisce che gli italiani votano ancora per il centrodestra, ma non per questo dev’essere accusata di voler sputtanare l’Italia. A volte però anche la stampa straniera usa pigri stereotipi per parlare dell’Italia, e se lo si fa notare non per questo si può essere definiti campanilisti. Perfino Berlusconi ha ragione quando afferma che non ha più di fronte una vera opposizione, e riconoscere che ha ragione non significa essere voltagabbana o disfattisti. In poche parole, dovrebbe essere possibile continuare a ragionare sui fatti senza per questo essere inchiodati a una tesi o alla sua antitesi".

Bello. Molto bello, ma chi è disposto a sacrificare parte dei propri convincimenti per mettersi in gioco?

Diffido sempre da chi ha la Ragione. O anche solo se crede di averla. Figuratevi il disagio che 19marzo09 prova di questi tempi che tutti credono di averla in maniera totale ed esclusiva.

Finisco tornando al giornalismo. Comincio molto spesso la giornata leggendo "Buongiorno", la rubrica di Massimo Gramellini su "La Stampa". Nel decennale della nascita l'autore ha scritto queste parole:

"Quelli che «certo che voi comunisti, se non aveste Berlusconi da sfottere, non sapreste cosa scrivere»: li perdono.
Quelli che «va bene che lei sta con Berlusconi, ma ogni tanto potrebbe sforzarsi di trattare bene la sinistra»: li perdono".

Mi piace cominciare la giornata leggendo una persona che scrive semplicemente quello che pensa senza poter essere catalogato.
Anche a 19marzo09 piacerebbe un giorno poter scrivere senza che il lettore si chieda da che parte sta; vorrebbe poter leggere senza chiedersi chi scrive da che parte sta; vorrebbe poter ascoltare senza chiedersi chi parla da che parte sta; vorrebbe poter parlare senza che il suo interlocutore si chieda da che parte sta.


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lunedì 19 ottobre 2009

Giornalismo militante (prima puntata)

Questo post è più difficile da scrivere rispetto agli altri. Perché tradisce quella che molto presuntuosamente ho definito “linea editoriale” del blog. Ma se in questo post esplicito un mio punto di vista è solo per partecipare a un dibattito su modi diversi di interpretare il giornalismo e spero che questo intervento lo alimenti.

La casella di posta elettronica di 19marzo09 si è riempita di mail di altri colleghi della scuola di giornalismo che dibattevano su “La Repubblica” e sul giornalismo in generale.

"Noi lo sappiamo che Repubblica ha bucato le notizie di questi mesi su Silvio (più o meno tutte !!!) e che ha fatto solo campagna moral-inquisitoria. Noi lo sappiamo che un quotidiano che sia degno di questo nome non chiede la testa di nessuno. Noi lo sappiamo che le notizie sono notizie e basta, che i lettori debbono formarsi opinioni ed agire in base alle notizie. Noi lo sappiamo, vero?... Non si salvano più, sono un partito. Neanche se nonno Scalfari (ave oh maestro .... fino a quando non ha compiuto 129 anni) va a Villa Ada a giocare a bocce. Neanche se Mauro torna a dirigere le poste di Albano Laziale. Neanche se De Benedetti vende a Murdoch, non si salvano sul piano etico, proprio quella sfera a loro tanto cara...che buffi. Che Boffo. Che baffi. Che beffa."

Scrive Giorgio. E concorda Alberto, che però fa un distinguo:

"Non condivido di considerare il Corriere la bibbia del giornalismo perché anche Ferruccio de Bortoli ha i suoi simpatici scheletrini. Fondamentalmente non c'è la bibbia del giornalismo, tanto che per bilanciare la copia di Repubblica, che gentilmente mi forniscono, ho cominciato a prelevare dalla mazzetta anche “il Giornale”. Sì, “Il Giornale”. Che intendo dire con questo? Fortunato chi ha la possibilità di leggere molto, meglio tutto, e farsi un'idea di quanto accade. Repubblica ha i suoi punti di forza tanto quanto il Corriere e tanto quanto il Corriere ha i suoi buchi neri. Insomma sì a discutere delle fregnacce e forzature fatte da Repubblica e delle notizie portate dal Corriere da quest'estate a oggi. No a considerare via Solferino come la Fonte Unica dove abbeverarsi di notizie altissime, purissime e levissime."

Ogni buon giornalista dovrebbe chiedersi quale sia il ruolo del giornalista nella società, il risvolto che potrebbero avere le proprie azioni durante tutta la propria vita professionale. E’ ancora più giusto che lo facciano persone nel pieno della propria preparazione.

Sul dibattito su Repubblica dico la mia. Credo che Repubblica non stia diventando un partito, ma lo sia sempre stato. Ne avevo già scritto in un altro post riportando scritti dell’attuale direttore e del padre fondatore.

Credo che l’evoluzione di Repubblica-partito sia più evidente in questa fase storica per un motivo ben preciso: la debolezza dell’opposizione parlamentare.
Questo pensiero trova conferma in un editoriale di Curzio Maltese, uno dei più apprezzati opinionisti, che il 4 ottobre scorso, scrive:

“Non sappiamo se l' opinione pubblica è davvero e ancora «una forza superiore a quella dei governi», come scriveva Saint Simon agli albori della democrazia. Nell' Italia di oggi è in ogni caso una forza superiore a quella di un' opposizione politica divisa, confusa e a giudicare dagli ultimi voti parlamentari anche distratta. Il potere ne è consapevole e infatti gli attacchi agli organi d' informazione in questi mesi hanno raggiunto toni mai toccati dalla polemica politica”.

L’opinione pubblica a cui fa riferimento Maltese è chiaramente identificabile: quella che compra e legge “La Repubblica”, scende in piazza dopo la chiamata a raccolta del Gruppo editoriale L’Espresso”, firma gli appelli sul sito di Repubblica, etc. E gli attacchi del premier contro Repubblica significano che i suoi avversari "siamo noi" e non sono in Parlamento. “La Repubblica” è più forte del Pd. E’ il pensiero di Maltese.

Di fronte a questa situazione, da giovane giornalista-apprendista, mi chiedo: è questo il ruolo che un giornale deve svolgere in un Paese con una democrazia avanzata? E’ positiva questo livello così elevato di commistione politico-editoriale? Possibile che per capire lo stato di salute di una parte politica bisogna rivolgersi allo stato di salute di certi giornali?

Perché dico questo? La debolezza del Pd è inversamente proporzionale all’intraprendenza di “La Repubblica”. Ma mentre il primo perde voti, la seconda diminuisce le copie vendute, sintomo di una debolezza culturale nel Paese delle idee a cui fanno riferimento entrambi.
La sinistra esce dal Parlamento, fa un congresso e (toh!) si divide, e oltre a “il manifesto” e “Liberazione” arriva nelle edicole “L’Altro”, diretto da Sansonetti e che va a braccetto con “Sinistra e Libertà”. “L’Altro” rispecchia talmente bene la situazione della sinistra che poco tempo fa due redattori hanno lasciato il giornale in polemica con alcune scelte editoriali. Una scissione, praticamente. Per dar voce all’opposizione in stile Di Pietro, nasce infine “Il Fatto Quotidiano”. Come descrivere il giornale diretto da Padellaro? Che la magistratura e le indagini giudiziarie stanno al “Fatto” come Berlusconi sta a Repubblica: senza l’uno non esisterebbe il giornale. Ma il debutto è un successo, infatti Di Pietro gode di ottima salute elettorale.

A destra Feltri fa da guida a un giornalismo militante al servizio di chi paga (nel senso di padrone del giornale). Il servizio sul giudice Mesiano andato in onda sul Canale 5 non merita giudizi.

Questo a riprova che “chi è senza peccato……”.

Detto ciò, mi chiedo (e lo chiedo anche ai miei colleghi futuri giornalisti) a chi piace questo giornalismo militante? Che differenza c’è tra Repubblica che cerca di convincerci che se un premier va a letto con delle mignotte è ricattabile e Canale5 che ci dice che uno che fuma passeggiando in attesa del barbiere si comporta in modo stravagante? Chi di voi vorrà entrare in una redazione con tesi preconfezionate da dimostrare invece che fatti da raccontare?

(continua…)



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lunedì 12 ottobre 2009

Giornalismo d'oggi

Penso che per un lettore di giornale non ci sia nulla di più insopportabile di leggere articoli che attaccano o polemizzano con altri giornali o colleghi (di chi scrive). Credo questo per una serie di motivi.

Primo: le persone interessate a questo tipo di polemiche sono molto poche. Se aggiungiamo il fatto che i lettori di giornali sono un'esigua minoranza della popolazione italiana, stiamo parlando di una minoranza della minoranza che legge questo tipo di articoli. Quindi destinare questi spazi al racconto di notizie o commenti sui fatti sarebbe più proficuo. Se non si hanno fatti da raccontare o idee, si può sempre vendere lo spazio alla pubblicità. In tempi di crisi dell'editoria rivolgersi alla minoranza della minoranza dei lettori non è una buona scelta.

Secondo: tranne gli addetti ai lavori (e quindi sempre all'interno dell'autoreferenzialità), quasi la totalità dei lettori legge un unico giornale. Quindi nei botta&risposta tra i polemisti, il lettore avrà una visione parziale poichè non leggerà la risposta sull'altro giornale. Oppure avrà una visione distorta poichè saprà della risposta attraverso l'articolo di contro-risposta, dove saranno riportate le parole che più fanno comodo per la polemica o verranno riportate in modo poco veritiero.

Questo post vuole solo riportare, per intero, l'ultima polemica giornalistica. Protagonisti
Ferruccio De Bortoli, direttore del "Corriere della Sera", e Eugenio Scalfari, fondatore di "La Repubblica".

Tutto è iniziato dalle parole del premier, Silvio Berlusconi, durante la conferenza stampa al termine dell'ultimo Consiglio dei Ministri, il 9 ottobre scorso:

"Il Corriere della sera è passato da essere un buon foglio della borghesia italiana a un foglio della sinistra".

Il giorno dopo il direttore del quotidiano di via Solferino scrive un editoriale dal titolo "Le critiche al Corriere. Una risposta".

"Non sappiamo che cos’abbia spinto il premier a criticare ieri il Corriere ...Forse abbiamo un unico grande torto. Siamo un giornale che ragiona con la propria testa, lungo il solco liberale della sua tradizione. Un quotidiano che si ostina a coltivare la propria indipendenza...Il Corriere non veste alcuna divisa e non indossa nessun elmetto. Si è ben guardato, in questi mesi, dall’assecondare la campagna scatenata contro il premier, con vasta eco all’estero, dai suoi nemici, politici ed editoriali, e da tutti quelli che hanno ridotto l’opposizione allo sguardo insistito nella sua vita privata. Dimenticando tutto il resto...Certo le notizie non le abbiamo mai nascoste. Mai. Ma neanche strumentalizzate e piegate alle esigenze di parte, come accade in quasi tutto il panorama editoriale". Scrive De Bortoli (invito ad andare sul link per leggere tutto l'articolo).

Il giorno dopo, domenica, dalle pagine di "La Reppubblica", interviene Scalfari con il suo consueto sermone domenicale e, riferendosi a De Bortoli, scrive:

"Cita tutti gli articoli recenti da lui pubblicati che hanno sostenuto il governo e le sue ragioni; rivendica di non aver mai partecipato a campagne di stampa faziose, condotte da gruppi editoriali che vogliono pregiudizialmente mettere il governo in difficoltà con argomenti risibili; ricorda di aver approvato la politica economica e sociale del governo, la sua efficienza operativa, la sua politica estera; ammette di averlo criticato solo quando è stato troppo duro con la Corte costituzionale e con il Capo dello Stato; auspica una tregua generale tra le istituzioni; riconosce al presidente del Consiglio l' attenuante di essere perseguitato in modo inconsueto dalla magistratura...Mi procura sincero dolore un giornale liberale ridotto a pietire un riconoscimento al merito dal peggior governo degli ultimi centocinquanta anni di storia patria, Mussolini escluso... Ma addirittura accusare noi d' una nefasta faziosità rivendicando a proprio favore titoli di merito verso il governo, questo è un doppio salto mortale che da te e dal tuo giornale francamente non mi aspettavo".

Oggi De Bortoli sente il bisogno di una controrisposta scrivendo un pezzo dal titolo "Un'informazione libera e corretta":

"Un giornale non è un par tito. L’informazione è corret ta se fornisce al lettore tutti gli elementi necessari per formarsi, in piena libertà e senza condizionamenti, un’opinione. Non lo è quan do amplifica o sottostima una notizia chiedendosi pri ma se giova o no alla pro pria parte o al proprio pa­drone. Ed è quello che sta accadendo oggi: i fatti non sono più separati dalle opi nioni. Sono al servizio delle opinioni. I lettori rischiano di essere inconsapevolmen te arruolati in due trincee, dalle quali si danno vita a campagne stampa e raccol te di firme".

E sempre oggi, a pagina 12, risponde direttamente a Scalfari il cui editoriale, scrive il direttore del "Corriere", è stato ingiusto e insultante":

"Scalfari ha letto la mia risposta di venerdì alle accuse del premier, manipolando le mie parole a suo uso e consumo. Lo considero profondamente scorretto. Il paradosso di tutta questa vicenda è che Repubblica ha fatto la sua campagna contro il premier con le notizie pubblicate… dal Corriere . Scalfari tenta di delegittimarmi moralmente perché non abbiamo seguito il suo giornale, querelato dal premier, e non siamo scesi in piazza sotto le bandiere di un partito o di un sindacato...Ma dov’erano lui e il suo giornale quando gli avvocati di Berlusconi, Ghedini e Pecorella (da me chiamati avvocaticchi per le leggi ad personam e per questo condannato) mi citarono in giudizio? E dov’erano lui e il suo giornale quando D’Alema, allora al potere, se la prese con noi fino a proporre la mia cacciata dall’Ordine dei giornalisti? Li ho forse accusati, in quelle occasioni, di essersi accucciati al potere di turno? No, rispettai il loro ruolo, anche se di spettatori. Interessati. Devo andare avanti?"

19marzo09 si è limitato a riportare la cronologia degli eventi e i link degli articoli. Quelli riportati sono spezzoni che 19marzo09 reputa importanti, ma è comunque necessario leggere l'originale cliccando sul link.

Così ognuno potrà verificare in prima persona se le parole riportate da Scalfari sono presenti nel primo articolo di De Bortoli. E se De Bortoli descrive effettivamente il suo giornale oppure le sue parole si riferiscono a un giornale immaginario.

A voi il giudizio.







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giovedì 14 maggio 2009

Menù del giorno: numeri, in salsa rossa!

Il Gruppo Rcs è in crisi.

Come attacco di un pezzo non sarebbe male, peccato non sia una notizia. Che il grande gruppo editoriale (ne fanno parte Corriere delle Sera, Gazzetta dello Sport, più vari periodici italiani e internazionali) non se la passasse bene era noto da tempo, ma ragionare coi numeri fa sempre un altro effetto. Nel trimestre in corso, i ricavi netti consolidati del gruppo sono calati da 625,5 a 514,9 milioni (-17,7%), essenzialmente per "l’accentuata contrazione dei ricavi pubblicitari e diffusionali, comune a tutto il settore in Italia e all’estero".
I ricavi pubblicitari scendono, rispetto ai primi tre mesi del 2008, del 30,2%, a 155 milioni, soprattutto per il "forte calo della raccolta dell’area Quotidiani Spagna, solo in minima parte compensato dalla crescita dell’online e del mezzo televisivo". InItalia, i ricavi delle aree Quotidiani e Periodici sono"sostanzialmente in linea con i mercati di riferimento". I ricavi diffusionali sono a 297,4 milioni, in calo del 12% (le vendite di Gazzetta, il giornale che vende più in Italia, sono calate del 5%), soprattutto per i minori ricavi dell’area Libri, "per effetto della programmata e progressiva riduzione dei lanci di opere collezionabili in Italia ed all’estero". L’indebitamento finanziario netto è a 1.118,2 milioni, in miglioramento di 28,6 milioni rispetto al 31 dicembre 2008. Al 31 marzo, "l’organico medio si riduce a 6.550 unità, rispettoalle 6.682 (al netto delle attività destinate alla dismissione) del primo trimestre 2008, grazie alle efficienze realizzate intutte le aree del gruppo, e nonostante le variazioni di perimetroe i nuovi ingressi nell’ambito dello sviluppo del gruppo Dada edei new media".

Sempre per continuare a parlare coi numeri, il gruppo dovrà studiare un piani di tagli per 200 milioni di euro. Un bel gruzzolo. Per raggiungere la cifra si parla di pensionamenti, prepensionamenti e cassa integrazione.

I numeri sconvolgono e ragionarci a caldo è difficile. Ma nelle redazioni aleggia la parola multimedialità. Non male come idea, peccato che in altri Paesi siano già più avanti rispetto a noi.

19marzo09 sta passando del tempo all'interno di una redazione di un grande giornale e qualche idea se la sta facendo, ma è troppo presto e troppo pochi gli elementi per parlarne. Magari tra un pò.

Oggi si parla coi numeri.

sabato 9 maggio 2009

Ricordando

Oggi, 9 maggio, è la "Giornata della memoria per le vittime del Terrorsmo e delle Stragi"

Come annunciato nei giorni scorsi, parteciperà all'evento al Quirinale la veova del ferroviere anarchico Pinelli,Licia Rognini Pinelli. Il presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, di una volontà di chiusura della lunga stagione d'odio che ha attraversato l'Italia.

Il suo incontro con un'altra vedova, Gemma Capra Calabresi ,sarà emblematico.
Il tentativo di consegnare all'opinione pubblica una verità precostituita e di comodo, lunghi anni di silenzio, indagini della magistratura ostacolate da apparati dello Stato, la mancanza, ancor'oggi nel 2009, di una verità ricosciuta e soprattutto la sofferenza di aver perso l'uomo con cui hanno percorso, finchè hanno potuto, la loro vita, si incontreranno negli sguardi dei loro occhi.

19marzo09 chiude questo posto consigliando la visione delle pagine 8 e 9 del miglior quotidiano italiano, il Corriere ovviamente, (qui due articoli tratti da quelle pagine).

Per quanto minuscolo possa sembrare questo gesto, un abbraccio alla signora Gemma e alla signora Licia.

mercoledì 6 maggio 2009

Appunti di lettura

Purtoppo, o per fortuna, il tempio dello sport (come lo chiama qualcuno) non lascia molto tempo a disposizione.

Mi limito quindi a segnalare due o tre cose che reputo molto interessanti.

La prima: un articolo di Gian Antonio Stella sul Corriere di oggi, 6 maggio, intitolato "E la sinistra abbandona gli operai" (purtoppo non l'ho trovato sul sito quindi non lo posso linkare). Il giornalista del Corriere commenta un articolo apparso su Liberazione di ieri sulla deriva destrorsa-padana degli operai. Il giornale comunista rimane sbigottito da questo mutamento sociale (già in atto da tempo in realtà. Sveglia, compagni!) arrivando a ripugnare la figura del Cipputi. Copiare non è mai bello, ma è inutile cercare qualcosa di meglio da dire del perfetto. Quindi copio. "Qualsiasi sommossa di schiavi, da Spartaco in poi, ha il potere di sedurmi malgrado il costo e la vanità dell'impresa. Rivoluzionario nella vita pubblica, sono tuttavia rimasto profondamente borghese nel privato, senza trovare un'armonia tra comportamenti intimi e ideali pubblici. Io non c'entro niente con il mondo di cui ho parlato per una vita. Un pò come molti intellettuali di sinistra". Firmato Luigi Pintor, fondatore de il manifesto.

La seconda: sempre sul succitato giornale (sull'altro principale quotidiano italiano non ne ho trovata traccia, chapeau!), pagina 20, ho letto che la vedova Pinelli è stata invitata dal presidente della Repubblica al Quirinale al "giorno del ricordo delle vittime del terrorismo e delle stragi".

La terza: l'Internazionale di questa settimana presenta un lungo articolo scritto da uno storico inglese sulla storia recente della sinistra italiana (19marzo09 lo deve ancora leggere e quindi si astiene da ogni commento).