Su 19 marzo trovi

Pensieri e idee. Articoli di giornale e commenti. Vignette e foto dal mondo. Giornalismo e storie da raccontare. Prodotti trovati su internet e quelli fatti da me all'interno della scuola per la formazione al giornalismo.
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giovedì 14 gennaio 2010

Stranezze quotidiane

Oggi ho trovato un pò di notizie e articoli particolarmente stravaganti. Le segnalo.

Noi che tra le propabili 100.000 vittime del terremoto ci chiediamo se forse (e dico forse) c’è un (e dico un) italiano.

Feltri, direttore de “Il Giornale”, nell’editoriale di oggi rivolge una domanda al premier: “Caro Presidente, che bisogno c’era di parlare di tasse da ridimensionare, ingenerando la sensazione che il taglio fosse dietro l’angolo,e, dopo alcuni giorni, correggere il tiro deludendo le aspettative dei cittadini?” Qualcuno avvisi Feltri che siamo in campagna elettorale.

Carra, cattolico del Pd, lascia il partito per andare con l’Udc di Casini che è in trattativa per creare una coalizione con lo stesso Pd. Io sinceramente non ci sto capendo più un cazzo.



Se Marida Lombardo Pijola scrive su un quotidiano nazionale, anche io ho delle speranze.


“Il Comune di Milano, nella persona del sindaco Letizia Moratti, chiede di costituirsi parte civile nel procedimento a carico di un giovane accusato di aver imbrattato con scritte a vernice spray i pilastri di un edificio in piazza San Babila”. Bene. Quando noi cittadini ci costituiremo parte civile in un processo contro i manifesti elettorali sui muri delle nostre città?

"Non riesco a capire perchè i giovani italiani non abbiano ancora fatto la rivoluzione. No quella finta, posticcia che si inscena stancamente anno dopo anno con le okkupazioni e le parodie sempre più logore di un '68 lontanissimo. No, quella vera: quella contro la fortezza gerontocratica e prepotente che noi ormai anziani abbiamo munito di ponti levatoi per chiudere le porte, impedire l'accesso di forze fresche, monopolizzare tutti i posti a disposizione". Lo scrive Pierluigi Battista su Style di oggi in allegato al "Corriere della Sera". Purtroppo alle sue parole non è seguita una bella lettera di dimissioni. Ma Battista, 56 anni, non ha quello che generalmente si definisce spirito di sopravvivenza? Se i giovani la facessero davvero la rivoluzione, sai dove si ritroverebbe?

Queste sono le mie. Aspetto vostre segnalazioni nello spazio dei commenti.


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giovedì 22 ottobre 2009

Non sto da nessuna parte

Ma cosa succede se si allarga lo sguardo dal giornalismo alla società? Se invece di parlare della faziosità dei giornali parlassimo della faziosità di noi lettori-cittadini-elettori? Lo sintetizza Luca, che scrive:

"Quello che mi preoccupa è la piega che sta prendendo tutto questo. Come sempre in Italia, una deriva barricadera. Dove una opposizione che urla e si agita, grida al golpe, non fa altro che parlare del letto di Putin, un’opposizione alla Di Pietro insomma, è assolutamente funzionale al governo, ai berluscones, alla radicalizzazione di una situazione che ha una sola vittima, il Paese, sempre più impantanato nelle secche del suo immobilismo, sempre piu’ pieno di gossip e vuoto di politica. Che poi, se ci pensate, è proprio questo il lascito del berlusconismo: borrare, cancellare una coscienza civile critica e dividere la società in modo manicheo. Dove ci sono i buoni e i cattivi, le zoccole e le sante, i liberali e i comunisti, gli uomini del fare e quelli del parlare, il babaglino e Sabina Guzzanti, i Vespa e i Santoro. Nessuno è riuscito dividere cosi’ tanto, quasi antropologicamente, la società italiana negli ultimi anni, a trasformare la popolazione in chi ama il Silvio e sarebbe disposto a fare una colletta per pagargli la somma che Fininvest deve a CIR (tutto vero, ahimè, tutto vero!!! ma ci rendiamo conto che mostri?) e in chi lo odia, lo vorrebbe appendere per i coglioni a Piazzale Loreto. Lui, intanto, se la ride. E Repubblica, secondo me, c’è cascata, purtroppo, piegata a una deriva moraleggiante che dopo un po’, francamente, stanca. Una deriva moraleggiante che condanna il Corriere della Sera quando la campagna di Scalfari&C è stata fatta proprio con le notizie di via Solferino. Facendo l’amore con Di Pietro,poi, Repubblica si condanna all’eccessiva politicizzazione. Una politicizzazione, ahimè, destinata a rimanere minoranza."

Non credo che l'attuale situazione italiana derivi tutta da Di Pietro, ma credo che Luca colpisca nel segno quando dice che la società italiana è attraversata da una frattura insanabile.

Un vecchio slogan mafioso diceva "Non vedo, non sento, non parlo". Un motto vergognoso che in Italia siamo riusciti persino a peggiorare. Oggi infatti credo che tutti noi abbiamo fatto nostro il motto "Non vedo, non sento, ma parlo". Siamo chiusi al confronto, alla dialettica, siamo barricati dietro le nostre convinzioni, ci schieriamo da una parte o dall'altra senza possibilità di stare nel mezzo, abbiamo rinunciato alla possibilità di un confronto dialettico, che può essere anche acceso, per lasciare spazio all'invettiva se non all'insulto.

Tutti parlano, nessuno ascolta.

E tornando ai giornali mi viene in mente un altro proverbio popolare: "Dimmi cosa leggi e ti dirò chi sei".

Se leggi "Il Giornale" sei berlusconiano, evasore di tasse, un bugiardo, un criminale, un ricco sfondato, un puttaniere, un papalino, un corrotto e corruttore, un quasi analfabeta, fan di Feltri.

Se leggi "La Repubblica" sei un comunista, fannullone, farabutto, protetto dai giudici, un moralista, un doppiopesista, un buon predicatore ma pessimo razzolatore, firmatore d'appelli, manifestante senza causa, fan di Santoro.

Steccati. Agli occhi degli altri siamo tutti classificati e schierati: con me o contro di me.
Nulla sfugge alla catalogazione. Si pensi alla vicenda del giudice Mesiano.
Per una parte è una toga rossa, fustigatore delle ricchezza di Berlusconi, un tipo stravagante promosso dopo aver emesso la sentenza contraria al premier e quindi per meriti politici.
Per l'altra parte una vittima del sistema mediatico controllato da Berlusconi, già mito, martire, bandiera da sventolare come un calzino turchese.

Nulla e nessuno sfuggono alla catalogazione. E se qualcuno lo fa è subito accusato di doppio-giochismo, di manovre losche. Penso all'associazione di Fini FareFuturo che propone l'insegnamento dell'Islam nelle scuole o il voto agli immigrati.
E voi? Con chi state? Come vi cataloghiamo?

A 19marzo09 piacerebbe un mondo come quello descritto da Giovanni De Mauro sull'"Internazionale" di questa settimana e che ha segnalato Brunella:

"Il direttore del Corriere della Sera ha ragione quando scrive che i giornali non sono un partito, ma non per questo dev’essere accusato di stare dalla parte di Berlusconi. Il fondatore di Repubblica ha ragione quando dice che certe volte bisogna schierarsi, ma non per questo dev’essere accusato di volere il sangue degli avversari. I due più importanti quotidiani nazionali hanno grandi responsabilità nell’imbarbarimento del confronto politico, ma chi lo dice non dovrebbe essere rimproverato di voler mettere il bavaglio ai giornalisti. La stampa straniera ha ragione quando si stupisce che gli italiani votano ancora per il centrodestra, ma non per questo dev’essere accusata di voler sputtanare l’Italia. A volte però anche la stampa straniera usa pigri stereotipi per parlare dell’Italia, e se lo si fa notare non per questo si può essere definiti campanilisti. Perfino Berlusconi ha ragione quando afferma che non ha più di fronte una vera opposizione, e riconoscere che ha ragione non significa essere voltagabbana o disfattisti. In poche parole, dovrebbe essere possibile continuare a ragionare sui fatti senza per questo essere inchiodati a una tesi o alla sua antitesi".

Bello. Molto bello, ma chi è disposto a sacrificare parte dei propri convincimenti per mettersi in gioco?

Diffido sempre da chi ha la Ragione. O anche solo se crede di averla. Figuratevi il disagio che 19marzo09 prova di questi tempi che tutti credono di averla in maniera totale ed esclusiva.

Finisco tornando al giornalismo. Comincio molto spesso la giornata leggendo "Buongiorno", la rubrica di Massimo Gramellini su "La Stampa". Nel decennale della nascita l'autore ha scritto queste parole:

"Quelli che «certo che voi comunisti, se non aveste Berlusconi da sfottere, non sapreste cosa scrivere»: li perdono.
Quelli che «va bene che lei sta con Berlusconi, ma ogni tanto potrebbe sforzarsi di trattare bene la sinistra»: li perdono".

Mi piace cominciare la giornata leggendo una persona che scrive semplicemente quello che pensa senza poter essere catalogato.
Anche a 19marzo09 piacerebbe un giorno poter scrivere senza che il lettore si chieda da che parte sta; vorrebbe poter leggere senza chiedersi chi scrive da che parte sta; vorrebbe poter ascoltare senza chiedersi chi parla da che parte sta; vorrebbe poter parlare senza che il suo interlocutore si chieda da che parte sta.


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venerdì 17 luglio 2009

"Il mio futuro è incerto, ma ho più voglia di sperimentare che bisogno di certezze", Luca Bianchin

Luca Bianchin è il secondo intervistato per la serie "Come si diventa giornalisti". Luca, che come Valerio il primo intervistato e tutti gli altri che verranno in seguito, ha meno di 30 anni, lavora alla "Gazzetta dello Sport" da 3. E' uno dei più giovani della redazione, ma è un punto di riferimento per molti colleghi anche più esperti. Il lunedì è uno di quelli che si occupa del Fantacalcio, il gioco di voti, punti in più per ogni gol segnato e in meno per ogni gol subito dalla propria squadra virtuale. E' lui ad asseganre i punti per gli assist. Inoltre per ogni problema con il programma d'impaginazione, quando le foto fanno le bizze per entrare in pagina o quando i comandi di colore o grandezza del formato non ne vogliono sapere di funzionare il suo nome è invocato a gran voce dai colleghi della redazione calcio, e non solo. Per non parlare degli stagisti: per loro è un vero e proprio punto di riferimento. Insostituibile.

La tua carta d’identità: nome, cognome, data e luogo di nascita.

Mi chiamo Luca Bianchin, sono nato a Varese l'1 ottobre 1983.

Come ti immaginavi da piccolo il mestiere del giornalista?
Mai immaginato granché: niente aerei per New York, niente titoli in prima pagina, niente interviste al presidente. Però mi veniva spontaneo raccontare un evento sportivo.

Qual’è stata la molla che ti ha fa fatto scattare la voglia di diventarlo?
Niente di razionale. Ho pensato che mi sarebbe piaciuto farlo, quasi che avrei dovuto farlo. Hanno aiutato la Gazzetta, lo sport di Repubblica e Federico Buffa (seconda voce del basket di Sky, per me soprattutto autore del primo “Black Jesus”).

Quali sono stati i tuoi primissimi esordi?
Costone Siena-Colle, serie C di basket, primo novembre 2003. Più o meno, una settimana dopo aver scritto al Corriere di Siena chiedendo di collaborare. Il 22 febbraio 2004, promozione in Serie A: presentazione di Mens Sana-Skipper Bologna. L’anno del primo scudetto del Montepaschi.

Che percorso di studi hai fatto?
Liceo classico a Varese con diploma nel 2002. Poi mi sono iscritto a Giurisprudenza a Siena (collaborando con il Corriere di Siena) dove ho preso la laurea triennale nel 2005. Lo stesso anno sono entrato all'Ifg a Milano.

Cos’hai provato il primo giorno in una redazione vera e qual’era?
Il primo giorno è esaltante, se ti piace questo lavoro. La pagina in costruzione, la scelta delle parole per il pezzo, la ricerca di una foto. Un altro segnale per capire se sei nato per questo.

Quale è la tua situazione lavorativa attuale (tipo di contratto, collaborazioni, etc...)?
Contratto di sostituzione alla Gazzetta dello Sport, dove lavoro dal 2006.

La tua più grande soddisfazione e delusione
La prima firma sulla Gazzetta è stata speciale, per quello che rappresentava non solo per me. Essere escluso da un progetto (e da un giornale) per motivi extra-giornalistici, invece, non è tra le dieci cose più belle della mia vita.

Quali sono le tue prospettive future?
Solo nell’estate 2002 il mio futuro è stato così incerto. Potrei cambiare città e forse lavoro, oppure tutto potrebbe restare così. Mi sembra giusto: ho più voglia di sperimentare che bisogno di certezze.

Il tuo sogno più grande?
Potrei parlare di giornalismo sportivo e citare l’Olimpiade, la FinalFour Ncaa (basket, ovviamente), il Mondiale di calcio, Wimbledon. La verità è che devo ancora scoprirlo.



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giovedì 16 luglio 2009

La realtà e i desideri (de "La Repubblica")

Chi ha aperto oggi il sito di Repubblica, probabilmente ha pensato che Berlusconi ne avesse detta un'altra delle sue. "Ho fatto il miracolo", era il titolo che il sito aveva per la notizia sulla 17esima vista del premier nei luoghi del terremoto.


Berlusconi, girando tra i cantieri di Onna, si compiaceva della rapidità con cui i lavori avanzano e, fermato dai giornalisti, ha rilasciato parecchie dichiarazioni tra le quali: "E' quasi un miracolo che tre mesi dopo il terremoto le case arrivino già al tetto" (il tutto si può riascoltare sul sito del Tg1 nell'edsizione delle 13.30 di oggi).


Il titolo che il sito ha riportato è totalmente fuorviante e, anche se si addice perfettamente al personaggio, falso.

Ora, è vero che probabilmente Berlusconi alludesse a se stesso come autore del miracolo e non qualche entità soprannaturale (il personaggio lo conosciamo), ma quelle riportate non sono parole che ha pronunciato. "La Repubblica" si rivela, come spesso ultimamente, un giornale inaffidabile. Scambiare la realtà con i propri desideri è uno degli errori più gravi che una testata possa fare.

Il gruppo su facebook "Per una nuova La Repubblica" rimane aperto. E da oggi c'è un motivo in più per sostenerlo.






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sabato 11 luglio 2009

"Farò il viandante dell'informazione, non la prostituta", Valerio Mingarelli

Con Valerio Mingarelli partono le interviste ai ragazzi "che ce la stanno facendo" ad affermarsi nel mondo ermetico del giornalismo. 10 domande, per tutti le stesse, per raccontare 10 storie di ragazzi under 30 con la passione di raccontare ciò che gli accade intorno. Si comincia da Valerio Mingarelli, redattore delle pagine economiche del free press Metro, che sogna di intervistare l'economista Yunus e fare la telecronaca di un grande evento sportivo.

La tua carta d´identità: nome, cognome, data e luogo di nascita.
Valerio Mingarelli, nato a Fabriano, in provincia di Ancona, il 19 febbraio 1980.

Come immaginavi da piccolo il mestiere del giornlista?
Da bambino lo ritenevo un mondo elettrizzante e inebriante, habitat naturale delle persone curiose (la curiosità rimane la dote imprescindibile a mio giudizio per affrontare sta palude di mangrovie). Un flusso frenetico ma molto appagante: raccontare la realtà (con tutti i suoi accadimenti, anche i meno rilevanti) e portarlo nella capoccia e nelle pupille del prossimo non è roba da poco. In età adolescenziale ho immediatamente captato che in realtà quello dei giornalisti non era un anfratto di mondo con lustrini e paillettes, bensì uno dei tanti settori dove non si muove una foglia senza che il proprio tornaconto non voglia. Con l'aggravante che solo il liutaio, il notaio e il conciatore di pelli sono professioni con un tasso di ereditarietà pari a questo. E ho capito qual è la cancrena di ogni aspirante Pulitzer: l'autoreferenzialità. La legittima ambizione si tramuta nel 99% dei casi in spacconeria stile avversari di Terence Hill e Bud Spencer nei loro film. Poi però i cazzotti arrivano dritti sui premolari....

Qual´è stata la molla che ti ha fa fatto scattare la voglia di diventarlo?
Più che una molla è stata una palla: io desideravo di emergere nello sport e nella fattispecie nella pallacanestro. A 17 anni però, nonostante ero il 12° di una squadra di serie A (A-2, ma sempre prima lettera dell'alfabeto è) mi accorsi, una volta partiti i frammenti ossei del mio scafoide destro in seguito a un fortuito crash di gioco con un giovanotto di 133 kg x 208 cm (pieno di salute), di essere molto più bravo a raccontarlo alla radio, il basket, piuttosto che a calcare i parquet di tre quarti dello stivale. Questa nuova dimestichezza mi ha portato a raccontare eventi sportivi, dal calcio al basket, dal ciclismo al volley fino agli assoluti italiani di deltaplano prima in onde radio e poi per diverse tv locali.

Quali sono stati i tuoi primissimi esordi?
I miei esordi al microfono risalgono a 10-11 anni fa, con delle radio locali marchigiane. Poi, facendo l'università a Perugia ho virato su delle radio umbre, e da lì sono approdato prima a Tv 23 (la mia prima esperienza degna di tale sostantivo in campo giornalistico) e poi a Trg, altra emittente con sede centrale a Gubbio. Poi sono arrivati il Giornale dell'Umbria, il Corriere Adriatico e nel 2004 sono diventato bordocampista del Foligno (calcio, serie C-1) e del Gualdo (calcio, serie C-2), e soprattutto telecronista ufficiale del Fabriano Basket (serie A-1 e serie A-2) e anche della Brunelli Nocera Umbra Volley (A-2 femminile). I giornalisti che incontravo mi stavano simpatici più o meno come assegni post-datati, ma mi sono lasciato poratr via dall'uragano Katrina del giornalismo. Poi è cominciato il nodo di Gordio di contrattini, collaborazioni e via discorrendo. Ma soprattutto oltre allo sport ho cominciato a spingermi verso le acque alte di altri settori come cultura, spettacolo e cronaca. Se sali sulla giostra tutto sommato è gustoso girare.

Che percorso di studi hai fatto?
Come studi ho fatto il liceo classico, poi ho preso la laure quinquennale in Scienze della Comunicazione (scelta in quanto volevo far qualcosa con la certezza di portarla a termine: io ho sempre studiato parecchio e volentieri, ma solo le cose che trovavo interessanti, e questa non è una gran trovata) con una tesi sulla dispositio nell'audiovisivo nell'informazione televisiva. Poi ho frequentato l'IFG di Urbino nel biennio 2006-2008. A scuola ho imparato le vere cose che bisogna sapere per fare in questo lavoro, che sa essere figo e crudele allo stesso tempo e che io vorrei un tantino diverso Sono giornalista professionista dal novembre del 2008.

Cos´hai provato il primo giorno in una redazione vera e qual´era?
A TV23, il mio primo luogo di lavoro serio, mi hanno messo subito nei cicli produttivi in modo quanto mai forsennato. I primi sintomi sono stati pruriti plurimi e attacchi di piacevole follia. I sintomi del primo giorno a Sky Sport, dove ci sono arrivato in stage dall'Ifg, sono stati: gambe che facevano "giacomo giacomo" e tremolii vari, ma poi il tutto si è tramutato in una sensazione da brividi per la colonna vertebrale. Esperienza unica e grandissima a fianco a maestri del giornalismo sportivo. Spettacolo.

Quale è la tua situazione lavorativa attuale (tipo di contratto, collaborazioni, etc...)?
Io ora ho un contratto da redattore di prima nomina con scadenza a dicembre 2009 (part time al 70%) con il quotidiano Metro. Mi occupo della pagina di economia e delle rubriche economiche, sul lavoro e sul settore immobiliare. Talvolta aiuto i colleghi dello sport. Poi ho un bel grappolo di collaborazioni, con diversi giornali delle mie parti, con alcuni siti qui a Milano, con una radio e una tv (ma ahimè sempre più sporadiche).


La tua più grande soddisfazione e delusione
La prima spero che debba ancora arrivare, comunque finora è stato l'interscambio con i lettori/utenti, telespettatori. Col giornalismo unidirezionale non vado d'accordissimo. Poi naturalmente seguire il Tour de France per Sky (l'edizione 2007 poi fu movimentata da imprese e scandali doping a go go), ma anche raccontare le imprese sportive del basket di serie A ti dà i suoi brividi, e questo l'ho fatto per circa 8 anni. Poi a Metro le soddisfazioni sono state tante, dall'essere i primi a dire che i redditi degli italiani erano online sul sito dell'agenzia delle entrate, alle interiste ad economisti come Daveri, Boeri, Tiraboschi e via dicendo. Poi i servizi sugli sport americani e l'aver intervistato Alfredo Martini e Dino Meneghin, due che in ciclismo e basket sono nell'iperuranio. Le delusioni? Semplice: ogni volta che ho lasciato un posto o che ho smesso di lavorare a un progetto un po' di malinconia c'è. Poi ogni qual volta ti accorgi di aver fatto delle corbellerie, che in questo campo tendono a notarsi oltremodo. Comunque temo che ne arriveranno delle altre, speriamo non più cocenti di quelle già avute.

Quali sono le tue prospettive future?
Vivere ora dopo ora senza andare a lunga gittata: se non lo fai il giornalismo ti affiara come il girarrosto del kebab. Continuerò a fare il viandante dell'informazione (spero non la prostituta). Se poi non ci riesco, vedremo. Non è che so fare granché al di fuori di qua.

Il tuo sogno più grande?
Vedere una professione più scevra da divismo, nonnismo, precariato, autoreferenzialità, disfattismo, asservitismo, apatia, arrivismo (la lista dei difetti è chilometrica, ma il mestiere è e resta fighissimo ed emozionante).
Poi, raccontare una finale Nba di basket, un Superbowl, ma mi accontenterei anche di una Parigi-Roubaix, di un match di Wimbledon o di una classica dello Sci alpino (magari Kitzbuhel, Adelboden o Campiglio). Poi, nel mio attuale ambito, intervistare Yunus, il genio del microcredito.




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sabato 13 giugno 2009

Prima "Repubblica"

E' un pò di giorni che mi frulla in testa. Ne sono convinto, ma a tutti coloro che ne parlo sembra un'idea fuori di testa. "Repubblica" è un partito politico. Certo, molte delle definizioni date dai politilogi mi smentiscono immediatamente. Se seguissimo la definizione di Sartori ("un partito è un qualsiasi gruppo politico identificato da un'etichetta ufficiale che si presenta alle elezioni ed è capace di collocare attraverso le elezioni candidati alle cariche pubbliche"), per esempio, si potrebbe dire che mai su nessuna scheda elettorale è apparso il logo di Repubblica. Senza voler convincere nessuno riporto qui qualche frase presa dal libro-speciale che ha fatto proprio Repubblica due anni fa in occasione del suo 30° anniversario.

"Mi si chiederà quale fosse e quale sia questo progetto del quale tanto si è parlato e tanto ancora si parla al punto di far dire a molti nostri sostenitori a anche a molti nostri critici che Repubblica è un partito. O meglio un giornale-partito. O se volete, un partito sotto forma di giornale.
Ebbene, in un certo senso è vero proprio perchè siamo nati all’insegna di quel famoso progetto condiviso. Che però, nel caso d’un giornale non è e non può essere, come accade per un partito, la conquista del potere. Un grande giornale può avere influenza sull’opinione pubblica. Può contribuire alla formazione d’un modo di sentire, di comportarsi; può educare civilmente e culturalmente i suoi lettori, orientarne le scelte. Subirne a sua volta lo stimolo ed esprimerne le volontà".


"Veniamo al dunque: noi volevamo e vogliamo tuttora contribuire alla formazione di un Paese attento e partecipe di valori come l’innovazione, l’efficienza, la moralità pubblica, la solidarietà civile e sociale, l’eguaglianza dei punti di partenza, lo stato di diritto, la laicità, la costruzione dell’Europa, il mercato e le regole che lo disciplinano. Il tutto animato dallo spirito di libertà. E’ chiaro che si tratta d’un progetto culturale, etico-politico. "
Eugenio Scalfari

"Il nostro quotidiano è nato per informare e per orientare i lettori-cittadini, perchè così ha voluto il genio giornalistico Eugenio Scalfari: orientare semplicemente fornendo tutti gli elementi della conoscenza e dell’intelligenza dei fatti, con l’esercizio in più del dovere di prendere posizione, spiegando ogni volta qual è l’opinione del giornale".

"Quando qualcuno in questi trent’anni ha ripetuto la formula vecchia e intellettualmente pigra del giornale-partito, ho sempre risposto che in realtà Repubblica è molto di meno e qualcosa di più, dunque è totalmente un’altra. Di meno perchè è un giornale che ha al primo posto il dovere di informare, e non pensa a interferire con l’autonomia della politica, cui spetta in una società democratica stare a capotavola, tenere il mazzo, distribuire le carte, disciplinando lo scontro e il confronto tra gli interessi legittimamente in campo con l’interesse generale. Di più, perchè il giornale ha la possibilità di prendere posizione quotidianamente su tutte le vicende degne di essere analizzate, e può farlo in modo trasparente e libero, senza rispondere a verità precostituite, appesantimenti ideologici, linee politiche".

"C’è un sentimento di appartenenza fortissimo e probabilmente unico, tra questo giornale e il suo pubblico, con una partecipazione molto alta in ogni momento cruciale della vita nazionale, in ogni momento topico della vita del giornale. Il risultato è una capacità di influenza reciproca in uno scambio continuo e alla pari, che alla fine è una testimonianza di identità e persino di rappresentanza, nel senso generoso, gratuito e appassionato in cui questa funzione di rappresentanza può essere svolta da un giornale".
Ezio Mauro

Infine per agginungere un altro elemento, riporto qui ciò che scrive Paolo Murialdi l'autore di "Storia del giornalismo italiano", il libro in cui nelle Università italiane si studia la materia:

"La nascita de “Il Giornale “ di Montanelli e de "La Repubblica" di Scalfari, al di là delle contrapposte articolazioni politiche va vista in questo contesto. Queste due testate segnano l’accrescimento della funzione di intervento politico e di orientamento che ha sempre caratterizzato i quotidiani di informazione."