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lunedì 19 ottobre 2009

Giornalismo militante (prima puntata)

Questo post è più difficile da scrivere rispetto agli altri. Perché tradisce quella che molto presuntuosamente ho definito “linea editoriale” del blog. Ma se in questo post esplicito un mio punto di vista è solo per partecipare a un dibattito su modi diversi di interpretare il giornalismo e spero che questo intervento lo alimenti.

La casella di posta elettronica di 19marzo09 si è riempita di mail di altri colleghi della scuola di giornalismo che dibattevano su “La Repubblica” e sul giornalismo in generale.

"Noi lo sappiamo che Repubblica ha bucato le notizie di questi mesi su Silvio (più o meno tutte !!!) e che ha fatto solo campagna moral-inquisitoria. Noi lo sappiamo che un quotidiano che sia degno di questo nome non chiede la testa di nessuno. Noi lo sappiamo che le notizie sono notizie e basta, che i lettori debbono formarsi opinioni ed agire in base alle notizie. Noi lo sappiamo, vero?... Non si salvano più, sono un partito. Neanche se nonno Scalfari (ave oh maestro .... fino a quando non ha compiuto 129 anni) va a Villa Ada a giocare a bocce. Neanche se Mauro torna a dirigere le poste di Albano Laziale. Neanche se De Benedetti vende a Murdoch, non si salvano sul piano etico, proprio quella sfera a loro tanto cara...che buffi. Che Boffo. Che baffi. Che beffa."

Scrive Giorgio. E concorda Alberto, che però fa un distinguo:

"Non condivido di considerare il Corriere la bibbia del giornalismo perché anche Ferruccio de Bortoli ha i suoi simpatici scheletrini. Fondamentalmente non c'è la bibbia del giornalismo, tanto che per bilanciare la copia di Repubblica, che gentilmente mi forniscono, ho cominciato a prelevare dalla mazzetta anche “il Giornale”. Sì, “Il Giornale”. Che intendo dire con questo? Fortunato chi ha la possibilità di leggere molto, meglio tutto, e farsi un'idea di quanto accade. Repubblica ha i suoi punti di forza tanto quanto il Corriere e tanto quanto il Corriere ha i suoi buchi neri. Insomma sì a discutere delle fregnacce e forzature fatte da Repubblica e delle notizie portate dal Corriere da quest'estate a oggi. No a considerare via Solferino come la Fonte Unica dove abbeverarsi di notizie altissime, purissime e levissime."

Ogni buon giornalista dovrebbe chiedersi quale sia il ruolo del giornalista nella società, il risvolto che potrebbero avere le proprie azioni durante tutta la propria vita professionale. E’ ancora più giusto che lo facciano persone nel pieno della propria preparazione.

Sul dibattito su Repubblica dico la mia. Credo che Repubblica non stia diventando un partito, ma lo sia sempre stato. Ne avevo già scritto in un altro post riportando scritti dell’attuale direttore e del padre fondatore.

Credo che l’evoluzione di Repubblica-partito sia più evidente in questa fase storica per un motivo ben preciso: la debolezza dell’opposizione parlamentare.
Questo pensiero trova conferma in un editoriale di Curzio Maltese, uno dei più apprezzati opinionisti, che il 4 ottobre scorso, scrive:

“Non sappiamo se l' opinione pubblica è davvero e ancora «una forza superiore a quella dei governi», come scriveva Saint Simon agli albori della democrazia. Nell' Italia di oggi è in ogni caso una forza superiore a quella di un' opposizione politica divisa, confusa e a giudicare dagli ultimi voti parlamentari anche distratta. Il potere ne è consapevole e infatti gli attacchi agli organi d' informazione in questi mesi hanno raggiunto toni mai toccati dalla polemica politica”.

L’opinione pubblica a cui fa riferimento Maltese è chiaramente identificabile: quella che compra e legge “La Repubblica”, scende in piazza dopo la chiamata a raccolta del Gruppo editoriale L’Espresso”, firma gli appelli sul sito di Repubblica, etc. E gli attacchi del premier contro Repubblica significano che i suoi avversari "siamo noi" e non sono in Parlamento. “La Repubblica” è più forte del Pd. E’ il pensiero di Maltese.

Di fronte a questa situazione, da giovane giornalista-apprendista, mi chiedo: è questo il ruolo che un giornale deve svolgere in un Paese con una democrazia avanzata? E’ positiva questo livello così elevato di commistione politico-editoriale? Possibile che per capire lo stato di salute di una parte politica bisogna rivolgersi allo stato di salute di certi giornali?

Perché dico questo? La debolezza del Pd è inversamente proporzionale all’intraprendenza di “La Repubblica”. Ma mentre il primo perde voti, la seconda diminuisce le copie vendute, sintomo di una debolezza culturale nel Paese delle idee a cui fanno riferimento entrambi.
La sinistra esce dal Parlamento, fa un congresso e (toh!) si divide, e oltre a “il manifesto” e “Liberazione” arriva nelle edicole “L’Altro”, diretto da Sansonetti e che va a braccetto con “Sinistra e Libertà”. “L’Altro” rispecchia talmente bene la situazione della sinistra che poco tempo fa due redattori hanno lasciato il giornale in polemica con alcune scelte editoriali. Una scissione, praticamente. Per dar voce all’opposizione in stile Di Pietro, nasce infine “Il Fatto Quotidiano”. Come descrivere il giornale diretto da Padellaro? Che la magistratura e le indagini giudiziarie stanno al “Fatto” come Berlusconi sta a Repubblica: senza l’uno non esisterebbe il giornale. Ma il debutto è un successo, infatti Di Pietro gode di ottima salute elettorale.

A destra Feltri fa da guida a un giornalismo militante al servizio di chi paga (nel senso di padrone del giornale). Il servizio sul giudice Mesiano andato in onda sul Canale 5 non merita giudizi.

Questo a riprova che “chi è senza peccato……”.

Detto ciò, mi chiedo (e lo chiedo anche ai miei colleghi futuri giornalisti) a chi piace questo giornalismo militante? Che differenza c’è tra Repubblica che cerca di convincerci che se un premier va a letto con delle mignotte è ricattabile e Canale5 che ci dice che uno che fuma passeggiando in attesa del barbiere si comporta in modo stravagante? Chi di voi vorrà entrare in una redazione con tesi preconfezionate da dimostrare invece che fatti da raccontare?

(continua…)



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mercoledì 25 marzo 2009

A.ddii N.azionali


E tanto ci va, al traino del Cavaliere, e con tale spedito automatismo affronta il suo destino, e così poca resistenza pare opporre al Pdl, da chiedersi se An non sia già ampiamente e profondamente berlusconizzata. E proprio là dove è più inaccessibile, deve essere scattato il dispositivo dell'assimilazione, là dove non si raccolgono deleghe né si votano mozioni congressuali: nelle premesse simboliche e cognitive che determinano le parole e i comportamenti, nelle forme in cui si scioglie l'antica identità e si manifesta l'immaginario del tempo nuovo (Filippo Ceccarelli, La Repubblica, mercoledì 18 marzo)


Gianfranco Fini ha cambiato pelle al partito: l'ha strizzato, allargato, disegnato a misura dell'Italia che si affaccia al terzo millennio. L'intuizione di Domenico Fisichella, altero e dottrinale; la gestione politica di Pinuccio Tatarella, genio politico e sregolatezza pragmatica. Ma la faccia per convincere milioni di italiani e portarli alle urne a segnare una croce sul nuovo simbolo ce l'ha messa lui, il delfino di Almirante. (Carlo Fusi, Il Messaggero, giovedì 19 marzo)


Con An si si scioglie un equivoco durato quindici anni. L'equivoco di un partito nato per mutazione liberaldemocristiana nel 1995 e accompagnato adesso a fine vita nel Pdl in uno sfoggio di orgoglio identitario. Con un tocco di semplificazione paradossale si può dire che, se al congresso di Fiuggi i finiani avevano portato dentro un nuovo contenitore l'apparato missino deprivandolo del contenuto ideale ereditato dai Romualdi, degli erra o dagli Almirante, ora che An si disperde invece nel mare grande del berlusconismo finisce per aggrapparsi con tenacia all'albero maestro del proprio archetipo missino. (Alessandro Giuli, Il Foglio, venerdì 20 marzo)


Benchè l'uno non possa fare a meno dell'altro, i due sodali antagonisti della politica italiana non si sono mai amati. E anzi in Fini c'è un sottile disprezzo perchè, per lui, Berlusconi non ha ideali e non ha tensioni, ma è tutto piegato sul proprio narcisismo e sui propri interessi. E Berlusconi prova per Fini una forma di pena, lo degrada a professionista della politica. (Francesco Merlo, la Repubblica, venerdì 20 marzo)


Se un partito è un corpo politico, possiamo possiamo dire che nel 1995 a Fiuggi, dal Msi ad An è stato il momento della pancia e del cuore, il congresso del 2009, da An al Pdl, è il congresso della testa e del cervello. Passione contro ragione. Salto nel fuoco contro elaborazione. L'immaginario della destra è già a posto, ha modernizzato quando doveva, ha affiancato quando poteva la Mitbestimmung alla carta del Carnaro, il mitomodernismo a lfuturismo, Goldrake a Berto Ricci, Tremonti a Bottai, il Tibet all'Irlanda, il realismo politico a Junger, le comunità giovanili alle comunità militanti. (Angelo Mellone, il Giornale, venerdì 20 marzo)


Anche se chi lo conosce bene, giura che “grande è stata la scossa psicologica” di avere avuto una figlia, Carolina, dalla nuova compagna Elisabetta Tulliani. E lui lo ha anche confidato: “E' come una seconda vita”. (Fabio Martini, La Stampa, 20 marzo)


Un addio quello di Fini, ma anche un arrivederci, almeno nelle sue intenzioni. L'esortazione e anzi il comando alla sua sua gente è i restare unita, custode di una tradizione, di valori propri e d'una propria identità, d'una propria egemonia che non deve disperdersi -così spera Fini- nel magma indistinto di Forza Italia. Dovrà costituire anzi un punto di riferimento per più ampie aggregazioni dentro il nuovo partito e fuori di esso, per dare vita a una nuova destra capace di guidare il Paese anche quando il Capo carismatico deciderà di ritirarsi per sazietà, per stanchezza , comunque per l'inevitabile trascorrere del tempo che “va dintorno con le force”. [...] In una società di gomma il cemento del potere e del sottopotere è un collante formidabile; quel collante è nelle mani di un Capo proprietario del suo partito nel quale Fini entra da ospite dopo esser stato svestito da i suoi paramenti salvo quelli, abbastanza innocui, di natura istituzionale. (Eugenio Scalfari, La Repubblica, 22 marzo)


[Della prima giornata di congresso] resteranno nella memoria due immagini tutt'altro che tristi: i delegati che i fotografano con i cellulari, come alla finale della Coppa del Mondo, e l'orgogliosa rivendicazione di Roberto Menia del “nostro” modo di fare politica, fatta di volontarismo, disinteresse, passione vera. (Flavia Perina, Il Secolo d'Italia, 22 marzo)


Fini non ha paura di rimanere solo, isolato, senza più partito. Anzi, si vede che il congedo gli è lieve, il divorzio umano e politico, dai colonnelli, già consumato da tempo, persino parecchio desiderato. (Alessandra longo, la Repubblica, 23 marzo)


Ogni metamorfosi, ogni novità, ogni cambiamento, ogni svolta ha bisogno di essere visibile su d un piano che oggi non si può più designare come privato. [...] proprio dalla sua visibile presenza [di Elisabetta Tulliani] alla Fiera di Roma conferma la via del non-ritorno imboccata in prima persona da Gianfranco Fini. [...] Di solito le biografie non mentono e nel caso di Fini una nuova donna e una nuova famiglia certificano una nuova vita. Anche politica. (Filippo Ceccarelli, la Repubblica, 23 marzo)


Nell'eterna saga del suo dualismo con Silvio Berlusconi, Gianfranco Fini ha provato, come ormai fa da anni, a mantenere il proprio ruolo di alleato leale ma diverso, mettendo paletti e definendo regole per il futuro partito unico. Ma, in realtà, che partita davvero può giocare un normale (sia pur talentuoso) politico di fronte a un leader quale quello raccontato da Weber? (Lucia Annunziata, La Stampa, 23 marzo)


Non c’è soltanto assenza di nostalgia per la fine di An: le parole di Gianfranco Fini ieri trasudavano l’impazienza di voltare pagina, di lasciarsi alle spalle una vita e di cominciarne un’altra. Il passo d’addio è una miscela di orgoglio e solitudine. Se pure Fini non ha detto esplicitamente ai suoi: “Da oggi ognuno per sé”, il suo lascito ad An è proprio in questi termini. (Massimo Franco, Corriere della Sera, 23 marzo)


[…] Fini ha disegnato tuta la strategia del Pdl nei confronti delle sfide alle quali andremo incontro nei prossimi anni nella prospettiva di un’Italia multietnica e multireligiosa, ancora più plurale e polifonica del presente. L’integrazione dei nuovi italiani, quale che sia l’etnia di provenienza. (Luciano Lanna, Il Secolo d’Italia, 23 marzo)