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giovedì 17 dicembre 2009

Votami..nel 2013!


Dopo la violenza al premier Silvio Berlusconi si sono moltiplicati gli appelli ad abbassare i toni. Sono anni che la politica italiana non perde occasione per esprimersi in modo esagerato, a volte addirittura in modo volgare.

Non è intenzione di 19marzo09, come al solito, attribuire responsabilità all'uno o all'altro schieramento, a questo o a quel politico. Lo scopo del post è quello di segnalare un piccolo caso che testimonia bene la divisione della società italiana prodotta da un'incomunicabilità che dal sistema politico si è trasferito alla società civile.

Come detto, quello che qui si racconta è un piccolo caso, non paragonabile all'intervento del capogruppo del Pdl alla Camera o di un editoriale di Marco Travaglio

Qui si parla di un consigliere comunale di Roma, Patrizio Bianconi che aveva già dimostrato di interpretare nel migliore dei modi l'essere esponente di un partito: rappresentare gli interessi di una parte (partito appunto) giudicandoli prioritari rispetto a quelli di altre fazioni e addirittura superiori per importanza nei confronti di quelli dell'intera collettività.

Già il settembre scorso aveva risposto alla mail di un cittadino che chiedeva quale fosse il modo per ottenere lo spostamento di alcuni cassonetti (si badi bene, non chiedeva un intervento arbitrario per spostarli, cioè una raccomandazione). La risposta era stata secca: "Lei non mi ha votato. Perchè ora si rivolge a me?"

La lettera che il consigliere Bianconi sta inviando in questi giorni agli indirizzi presenti nella sua agenda parla chiaro. "Io mi faccio il mazzo per comunicare le nostre iniziative, ma non lo faccio per puro impegno civile. Lo faccio perchè voi mi votiate e se non avete intenzione di farlo ditemelo così risparmio tempo, fatica e denaro e non vi invio più queste comunicazioni".

E' giusto non fare troppo i disfattisti e magari il consigliere Bianconi lo fa per spirito ambientalista e giustamente vuole risparmiare carta. Certo iniziare una campagna elettorale ben tre anni prima delle votazioni chissà quanta ne farà sprecare, di carta.

Intanto facciamo gli auguri a Bianconi per la corsa al Comune di Roma nel 2013!

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mercoledì 10 giugno 2009

Dialoghi

Avevo lanciato nei giorni scorsi una provocazione: dato che Repubblica aveva appoggiato indistintamente la candidatura del PD, se questo avesse fallito nelle urne, il direttore avrebbe dovuto dimettersi.
Il PD ha fallito. Ha perso il 7% rispetto alle scorse politiche. Penso sia una batosta e che dire "Si pensava peggio" non sia nè consolante nè sia un atteggiamento costruttivo. Ho iniziato a raccogliere dei pareri sulla mia provoazione. Tramite Facebook ho chiesto il parere di Antonello Caporale. Riporto qui fedelmente la mia domanda, la sua risposta e un secondo mio appunto. Se mi risponderà ancora terrò aggiornati i lettori di 19marzo09.blogspot.com.



Gentile signore Caporale, sono uno studente dell'Ifg di Urbino. Ci siamo conosciuti qualche mese fa. Volevo farle una domanda. LE scrivo appositamente a poche ore dalla chiusura delle urne. Ho letto su Repubblica tre articoli che invitavano a non astenersi e a votare per il PD (Scalfari, D'Avanzo e Serra) e probabilmente qualcuno mi è sfuggito. Ora se il Pd alle elezioni europee non dovesse raccoglier i voti che ci si aspetta non crede che il direttore di repubblica debba dimettersi per il fallimento della propria linea editoriale?Ps Penso che la foto pubblicata oggi a pagina 2 con un elettrice che indica il simbolo del PD sia veramente ridicola.La ringrazio per l'attenzione.Francesco Ciaraffo



caro francesco,scusa del ritardo col quale ti rispondo. Mi poni una domanda di un qualche rilievo. Ti espongo le mie considerazioni: il giornalismo deve prendere parte alla vita politica e civile, deve esprimere le sue passioni, fare le sue scelte. Questo alimenta un rapporto trasparente e motivato col lettore, tu sai qual è il mio pensiero e hai ogni giorno modo di verificarne la congruenza.Prendere parte non significa perdere l'indipendenza. Un giornalismo indipendente può motivatamente sostenere questa o quella posizione politica. Non deve, se vuole rimanere tale, assumere una connotazione faziosa, dunque piegare gli eventi al solo scopo di mostrare la sua tesi. Come sai il giornalismo purtroppo può nascondere la realtà, o anche spacciare il vero per falso, o - addirittura - procedere al contrario.Veniamo a Repubblica. La direzione di questo giornale ha deciso, com'è suo diritto (E DOVERE), di promuovere una campagna di stampa contro il premier su un evento che io giudico non secondario, non gossiparo, ma decisivo invece. Ha fatto il suo dovere, era ed è secondo me giusto farlo.Se però valuti che il direttore debba condizionare la sua sorte professionale dall'esito delle urne, allora la tua valutazione prescinde dal merito giornalistico e prefigura per repubblica lo status di un partito politico.Non condivido affatto. Il direttore ha la responsabilità di ciò che pubblica e, se si prova la sua malafade o peggio, occultamento, omissioni, falsità, egli ha l'obbligo di trarne le conseguenze. Se l'indipendenza può essere tutelata anche da una posizione dichiaratamente di parte, la faziosità non deve trovare modo di esprimersi. E nemmeno ogni sua versione subliminale, come quella foto che tu opportunamente segnali.Ciao Antonello



La ringrazio per l'attenzione, ma mi permetta di farle qualche appunto. Le mie considerazioni non sono sulla campagna di stampa di Repubblica contro il premier sulla quale mi trovo pienamente d'accordo con lei, ma sugli articoli di Serra, D'Avanzo e Scalfari in cui si invitava a non astenersi e a votare per un preciso partito politico. E' una cosa diversa. Sono d'accordo con le sue parole: " Un giornalismo indipendente può motivatamente sostenere questa o quella posizione politica". Lei mi insegna come i giornali americani a inizio campagna elettorale abbraccino la causa di uno dei due partiti maggiori continuando poi a fare il loro mestiere liberamente. Ma qui siamo ben lontani dall'endorsement statunitense. Penso che un direttore che abbracci la linea politica di un partito (e mi scusi ma, come lei saprà, Repubblica non è lontana da uno status di "partito politico") risultato poi sconfitto alle urne dovrebbe rassegnare le dimissioni. Sarei molto felice se rispondesse anche a questi miei appunti e la ringrazio di nuovo per l'attenzione che mi ha dedicato. Inoltre mi permetto di pubblicare la sua risposta sul mio blog: www.19marzo09.blogspot. com.

mercoledì 27 maggio 2009

Promessa


Le vostre città si stanno riempiendo di manifesti elettorali?

Nelle vostre città si vota anche per il Sindaco e per la Provincia, oltre che per le Europee? Allora i manifesti saranno molti di più.

E qualcuno di voi pensava magari che non sarebbe andato più a votare per l'Ente frapposto tra le Regioni e i Comuni, cioè le Province?

Perchè? Il nostro Presidente del Consiglio aveva promesso di abolirle, bollandole di "inutilità". Lo ha detto a Matrix il 22 febbraio 2008. "Non si può fare tutto subito", si è giustificatoa Porta a Porta il 15 settembre 2008 quando non aveva ancora mantenuto la promessa. Giusto, magari poi le cose vengono male. Intanto andiamo a votare e scegliamo il nostro rappresentante. Vedi mai che verrà licenziato tra un pò dal nostro Presidente. Magari ci fa il regalo di vedere qualche politico costretto ad abbandoanre la poltrona.

giovedì 21 maggio 2009

Abbiamo un problema!

Il PD ha un problema.
E non è una notizia. Anche gli osservatori più distratti sanno che il partito democratico non è in un momento propozio: crisi di consensi, di rappresentatività (ha da poco bruciato il leader che tutti credevano fosse il migliore rappresentante del nuovo partito, anzi partito nuovo) e sopratutto è in crisi di idee. La notizia sarebbe se il PD avesse un problema solo.
Con il mio attacco volevo però riferirmi a "un" problema specifico del PD.
Filippo Penati, candidato alla Provincia di Milano, sta riempiendo il capoluogo lombardo di manifesti per promuovere la sua candidatura. E nemmeno questa è una notizia. La novità sta nel fatto che il candidato cerca di nascondere il più possibile il simbolo del partito con il quale si candida. Il PD appunto.
La personalizzazione della politica è un fenomeno in atto da tempo. Soprattutto nelle elezioni amministrative, i candidati formano liste civiche per staccarsi dai partiti tradizionali, nonostante poi ci si alleino.
Gli slogan sui manifesti di Penati recitano: "Non siamo un partito, ma un progetto" e "Vota la persona".
E' chiaro che Penati non si fidi del suo partito (conoscendo la crisi che di consensi che attraversa, soprattutto al Nord) e se ne allontani il più possibile per cercare di battere i rivali. Una strategia non nuova nella politica italiana.
Ma mi sorge un dubbio: chi si fiderà nelle urne di una persona che non si fida del proprio partito con il quale è tuttavia alleato?
Agli elettori l'ardua sentenza.