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lunedì 4 gennaio 2010

"Adesso...punto"


L'altro giorno mi è capitato di vedere un pezzo della trasmissione "Grande Fratello". Se ne può pensare quel che si vuole del programma (di chi vi partecipa e di chi lo guarda), ma osservare 20 (o 30) ragazzi e ragazze chiusi un una casa risulta essere lo specchio della società. Cioè di cosa siamo noi.

Seguo il programma quando capita, ovvero raramente. Per questo non so ricostruire perfettamente la vicenda da cui prende spunto questo post.

I fatti comunque sono semplici. Si tratta di un ragazzo, George, attratto da una ragazza, Carmela, e che, ricambiato, ha iniziato una relazione-storia-tresca o un qualcosa che si può definire come meglio si crede con lei.

L'altro giorno la mamma del ragazzo gli ha inviato un video-messaggio. La mamma ha ricordato al figlio che fuori dalla casa ha una compagna e addirittura un figlio. Che quello che sta facendo all'interno di quelle mura televisive avranno conseguenze all'esterno, nel mondo reale.

Il figlio ha risposto in maniera semplice e diretta: "Adesso il mio sentimento è questo. Quando sarò fuori da qui dovrò dare le mie spiegazioni, è sottinteso. Penso che adesso per star bene nel Grande Fratello e star bene con me stesso devo seguire il mio sentimento. Punto."



Casualità vuole che questa frase inizi e finisca con le due parole chiave del ragionamento: "adesso" e "punto". Un inizio e una fine definita, chiusa. Come se ciò che vogliamo adesso non abbia conseguenze sul futuro; come se ciò che vogliamo adesso non sia frutto di una costruzione, ma della contingenza, del capitato.

"Adesso" e "punto". E' come se la nostra vita stia diventando una serie di esperienze chiuse da un inizio e da una fine, senza una costruzione, una conseguenzialità, una causa e senza, soprattutto, un effetto.

E così quello che saremo domani non è il risultato dello studio, del lavoro, della costruzione di noi stessi avvenuta nel passato. Ma è solo il frutto di ciò che vogliamo (e a volte pretendiamo) e che generosamente ci viene offerto (molto spesso proprio dai nostri genitori che soddisfano molte delle nostre richieste). Allo stesso modo non ci sentiremo responsabili per quello che abbiamo fatto nel passato. Quello è un altro capitolo. Chiuso. Come se il libro della nostra vita non fosse un unico testo, ma il susseguirsi di tanti capitoli a sè stanti. Quello del capitolo precedente è un "io" diverso e i suoi errori, scelte, sconfitte non ci appartengono.

La generazione che ci ha generato (le nostre mamme appunto, la mamma di George...) è stata abituata a vedere la vita come un processo. E non mi riferisco alla vita sentimentale. Le nostre mamma hanno avuto un uomo e l'hanno sposato. Oggi noi frammentiamo le nostre relazioni sentimentali, ma anche i nostri contratti lavorativi, le nostre condizioni abitative, i nostri risparmi.
I nostri genitori (soprattutto nella sconfinata provincia italiana) hanno costruito la loro, e nostra, casa. E per costruire intendo in senso materiale: mattone su mattone. I nostri genitori hanno costruito i loro risparmi dai quali attingiamo per le nostre serate con gli amici. Risparmi frutto di lavoro e no di una vincita al "Win for Life".

Questa serie di "adesso" e "punto" che ormai è diventata la nostra vita segnata da contratti a termine, mille traslochi per inseguire un lavoro, centomila relazioni occasionali, ci hanno fatto credere di vivere in una serie di compartimenti stagni. Vediamo la nostra esistenza riflessa dentro uno specchio rotto.

I nostri genitori avevano un solo "adesso", la nascita o il raggiungimento della maggiore età, e un solo "punto", la morte o il rincoglionimento. In mezzo c'era un unico processo di crescita. Noi invece il processo lo interrompiamo ad ogni "punto". Sarà per questo che in giro ci sono (compreso chi scrive) tanti bamboccioni.


Ps: chiedo a chi ha avuto la pazienza di arrivare qui in fondo di lasciare un commento. Grazie.



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lunedì 30 novembre 2009

Il Paese è perfetto. Per questo si parla d'altro.

Diciamo che possiamo permettercelo. Siamo un Paese che non soffre una crisi economica come il resto del mondo, non abbiamo problemi di legalità nelle istituzioni e nella società. I provini del Grande Fratello raccontano di decine e decine di giovani con un alto grado scolarizzazione e in grado di rispondere a difficilissime domande di cultura generale. Il Pil cresce, la criminalità non esiste, le istituzioni rappresentano fedelmente l'immagine di un Paese che funziona. Insomma citando un personaggio comico interpretato da Antonio Albanese, "va tutto bene".

Allora possiamo permetterci di affrontare temi di importanza secondaria che, nella situazione ottimale in cui viviamo, diventano primari. E' un pò come se invece dell'organizzazione e amministrazione di una nazione stessimo parlando di una trasmissione televisiva. Dopo l'organizzazione, la preparazione, le prove della messa in onda e la verifica che tutto funziona, ci si dedica all'ottimizzazione. E noi italiani ci dedichiamo quotidianamente all'ottimizzazione.

Settimane e settimane, se non mesi, a parlare di ronde. A parlare di vagoni della metro da destinare esclusivamente ai nativi di Milano. A parlare di crocefissi nella scuola. A parlare di come tagliare la coda al cane. Se accettare o meno in concorso a Sanremo le canzoni in dialetto.
Ci aspettano vibranti settimane di discussioni sul tema. Prese di posizioni autorevoli, seguitissimi dibattiti chiarificatori, trasmissioni televisive con ospiti preparatissimi di storia eraldica.

Per fortuna gli italiani pensano ad altro. "Le sorprese del Paese reale", è un titolo di un editoriale di Ernesto Galli della Loggia in cui scrive: "La verità di Paese politicamente nevrotizzato, dove la politica è sempre più spesso impegnata a discutere con ferocia sul nulla, un Paese che il discorso pubblico dipinge troppo spesso quale esso in realtà è ben lungi dall' essere".

Per quanto mi riguarda "Sono fin troppo consapevole del fatto che si vive in un'epoca in cui solo gli ottusi sono presi sul serio e io vivo nel terrore di non essere frainteso".
La citazione è di Oscar Wilde.


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