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lunedì 22 febbraio 2010

Urbino, Italia

Sono ormai 2 anni che mi trovo ad Urbino per motivi di studio.

La città ducale, così si chiama quando si vogliono trovare sinonimi per non ripetere Urbino, è tra le più ricche di storia d'Italia. Ad osservarla bene sembra una piccola Italia in miniatura.

Ricca di storia, appunto, richissima di arte e cultura. Il Ducato del Montefeltro è stato tra i principali dell'Italia del '500. Il duca Federico da Montefeltro è stato un "capo di Stato" tra i più lungimiranti. Di qui sono passati pittori come Piero della Francesca, Timoteo Viti e Giovanni Santi, papà dell'urbinate più famoso al mondo, Raffaello Sanzio. Nel palazzo ducale, uno degli esempi più riusciti dell'architettura rinascimentale italiana, è conservato il famossissimo dipinto de "La città ideale".

La città ospita dal 1506 l'Università, una delle più antiche al mondo. Da qui sono partite personalità come Carlo Bo, che è stato anche ministro dell'Istruzione. Di qui è passato uno degli architetti italiani più illustri che ha disegnato molte sedi universitarie: Giancarlo De Carlo.

Il cibo del Montefeltro ha delle eccellenze riconosciute in tutto il mondo. Prodotti tipici, di denominazione protetta e controllata sono il vanto di abitanti e ristoratori.

E dal 1998 Urbino è patrimonio dell'Unesco.

Una piccola Italia in miniatura, dicevo. Arte, cultura, storia, conoscenza, ottima cucina sono valori che, allargando l'obiettivo, si possono trovare in tutta la penisola.

Ma quale futuro ha Urbino?

Qui gli studenti, che sono 15.000 esattamente come gli abitanti, sono trattati da "ospiti", nella peggior accezione che il termine può avere. Gli vengono proposti alloggi in affitto a dir poco fatiscenti, tuguri fatti passare per suite.

La maggiore risorsa economica viene vista più come un fastidio che come una richezza. Il divertimento notturno che inevitabilmente gli studenti si portano dietro ovunque vadano, per la popolazione è una seccatura che si fa via via più insopportabile.

I pochi vecchi che abitano in città vedono gli studenti attraverso la lente dell'indiferenza, quando va bene, della vera e propria seccatura nella maggior parte dei casi. Gli studenti che dovrebbero far parte dellì'arredo urbano, linfa vitale tra i vecchi vicoli sono visti come stranieri, diversi, estranei.

"Il Ducato", il giornale della mia scuola, ha documentato nel numero di febbraio che i ragazzi urbinati che frequentano l'ultimo anno di liceo vogliono andarsene da qui.

La prospettiva degli urbinati è quella di spremere la loro risorsa per ottenerne la massima "produttività" nell'immediato. Nessuna progettualità nè pianificazione. E non bisogna essere economisti per capire che così la prospettiva per la città si riduce drasticamente.

Inoltre, qui la grandezza del passato cozza in modo evidente con la pochezza del presente. Parlando con gli abitanti, con il rettore e con i docenti universitari tutti si vantano della loro storia. E fanno bene. Ma così facendo non fanno altro che evidenziare la loro pochezza del presente.

Proprio come l'Italia.


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